C’è qualcosa che colpisce in alcuni film contemporanei, ed è la dominanza di un certo sentimento malinconico. La malinconia è abitata al suo interno dal senso di perdita. Perdita che in un film non può che concernere narrativamente questo o quell’elemento, ma che di fatto riguarda il sentimento generale dell’esistenza umana e la sua mortalità. Bergson scrive nelle Due fonti della morale e della religione: “Il pensiero della morte deve per forza di cose rallentare nell’uomo il movimento della vita”.

La malinconia riguarda, in definitiva, il tempo e la possibilità o meno di dare senso al suo inesorabile passare. Come riscattare il tempo e la condizione temporalmente limitata della vita umana? Come trovare un’armonizzazione, nonostante o forse per tutto ciò che accade?

In Train Dreams di Clint Bentley siamo negli Stati Uniti ad inizio Novecento, Grainer è un uomo solitario e silenzioso, che vive nei boschi, dove contribuisce con altri al disboscamento e ai lavori per far avanzare la ferrovia ad Ovest. Da questa solitudine, segnata dai sensi di colpa per gli alberi abbattuti, e per compagni di lavoro (cinesi) uccisi senza che lui facesse nulla, sembra uscire, incontrando e sposando una donna da cui avrà un figlio. La sua vita sembra animarsi. Ma in sua assenza un incendio brucerà la casa. Non ritroverà più moglie e figlia. Non saprà se sono vive, né avrà la prova che siano morte, le cercherà invano. L’epica solitaria, trasformata in idillio familiare, precipita in dramma. Il destino colpisce, riportando il soggetto là dove è sempre stato, alla sua solitudine. Il dolore segnerà la vita futura di Grainer, che lo accetterà con rassegnazione. In questo l’analogia con Terrence Malick, che viene spesso fatta, non sembra tenere, perché in quest’ultimo emerge alla fine comunque un senso della grazia, della trascendenza delle anime sui corpi e la natura.

© 2025 BBP Train Dreams. LLC.
© 2025 BBP Train Dreams. LLC.
Train Dreams. (L-R) Felicity Jones as Gladys Grainier and Joel Edgerton as Robert Grainier in Train Dreams. Cr. BBP Train Dreams. LLC. © 2025. (Courtesy of Netflix)

Ciò che si rende dominante in Train Dreams è invece un sentimento strutturalmente malinconico, che assorbe anche quello di un destino malevolo. L’incedere di Granier, la gravità e lentezza dei suoi gesti, ci dicono che il personaggio è fin dall’inizio segnato da un peso che gli grava. È un peso che sembra sovrastarlo, che sostiene con dignità, ma che non è identificato, quindi è inemendabile.

In Cinque secondi di Paolo Virzì la situazione emotiva è la stessa: solitudine e scontrosità caratterizzano all’inizio il personaggio di Adriano (Valerio Mastandrea). Quando poi veniamo a sapere che la colpa che motiva lo stato d’animo è personale – essersi distratto lasciando morire annegata la figlia disabile –, tale colpa può essere allora sanata, compensata, aiutando un’altra ragazza.

La malinconia che accompagna la colpa indefinita e impersonale di Train Dreams è irriscattabile, perché appartiene all’ordine cosmico e naturale in cui ci si perde e ci si ritrova. Quella di Cinque secondi prende corpo nella persona, segna il carattere, che si fa scorbutico: il dolore viene ad espressione inibendo l’azione; ma questa può essere liberata, rimessa in gioco se la colpa viene – almeno parzialmente – sanata.

Die My Love LLC
Die My Love LLC
Die My Love LLC (Kimberly French)

In Die My Love di Lynne Ramsay la malinconia è profonda, espone il suo tratto patologico e si fa depressione. Il post-partum di Grace (Jennifer Lawrence) è l’immagine di una nascita che non si fa rinascita. Nell’abbraccio con il figlio, nel piacere ricercato toccando il proprio corpo, nell’elusione dell’altro che non sia funzione per sé, il soggetto si ritira in sé stesso e dal mondo, nel quale sparisce prendendo fuoco. È il tempo a non trovare sbocco nel sentimento malinconico. Un tempo che grava, sottratto al riscatto. Il mondo perde senso: è il senso della fine a dominare.

De Martino nel suo ultimo grande libro incompiuto, La fine del mondo, individuava nel rito l’unica risposta possibile per riscattare il senso della fine e convertire la morte in vita. È ciò che vediamo in alcuni grandi cineasti italiani come Frammartino, Marcello, Rohrwacher. In alternativa al dispositivo rituale c’è solo una capacità di far nascere il nuovo, associandolo allo spirito.

Accedere allo spirito attraverso il corpo: è il bel finale di Giovani madri dei Dardenne, in cui i due giovanissimi genitori vanno con il loro bambino dalla signora, testimone di nozze, che inizia a suonare il piano. Ed è sempre la musica che una delle giovani madri, lasciando in adozione il suo piccolo figlio ad una coppia borghese, si fa promettere sia insegnata al bambino quando sarà grande. Il tempo si apre spiritualizzando la presenza al mondo dei nuovi venuti attraverso la musica. La nascita è sempre nascita nello spirito.

Con I colori del tempo di Cédric Klapish – il cui titolo originale è, non a caso, l’esplicito La venue de l’avenir – vediamo come il sentimento malinconico della figlia abbandonata in campagna dalla madre, finita a Parigi a fare la prostituta, si ricomponga sotto il segno dell’amore e dell’arte, del pittore Monet e del fotografo Nadar. Qui lo spirito è incarnato dall’arte. La nostalgia del passato diventa qualcosa che continua a liberare energie nel presente, ribaltando la malinconia in felicità commedica.

La malinconia è un sentimento che mette in stallo l’azione, e plasma il mondo con tutto un tono, un’atmosfera, un umore. Che se oggi non sembra più “nero” come quello che Robert Burton nel Seicento analizzava, è solo perché è diffuso come una patina trasparente sull’esperienza presente. È il sentimento del presente, il cinema lo ha ben colto e ne porta segni ovunque.