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“Difficile parlare del futuro senza parlare di AI, la più grande rivoluzione tecnologica del nostro tempo”, ha esordito il direttore Alberto Barbera al simposio “The Future of Creativity, il 4 settembre 2026 durante l’83° Mostra Internazionale d’Arte Cinematopgrafica, ospitato dalla Scuola Grande dellla Misericordia. L’evento che ha riunito grandi nomi della cultura e del cinema, tra cui George Clooney, Maggie Gyllenhaal, il premio Oscar Alexandre Desplat; shannon Murphy e Giuseppe Tornatore, per discutere, appunto, l’impatto dell’intelligenza artificiale e sull’arte.
Francesca, quali sono le capacità dell’intelligenza artificiale in ambito creativo?
Può essere creativa, almeno in una certa misura. È una tecnologia che abbiamo addestrato a svolgere dei compiti sui dati che le abbiamo fornito, che in molti casi riguardano la creatività umana.
L’esperta di creatività, Margaret Boden, distingue tre tipologie principali: combinatoria, esplorativa e trasformativa.
La prima, quella combinatoria, genera associazioni nuove di idee conosciute, prima solo indirettamente collegate o collegabili. È il processo tipico della poesia e delle immagini poetiche. L’analogia è una forma di creatività combinatoria che sfrutta strutture concettuali condivise, pensiamo per esempio alla descrizione del cuore come una pompa. Il primo a sperimentare la creatività combinatoria in Italia, attraverso l’uso di un computer, fu Nanni Balestrini negli anni ‘60 con il Tristano, generando variazioni del Tristano e Isotta e quindi testi in un certo senso differenti rispetto a quello originario.
Nella creatività esplorativa si selezionano ed esplorano nuove opportunità all’interno di uno spazio concettuale pre-esistente, che ha regole proprie di generazione. Pensiamo allo stile di un dipinto, o a un genere musicale. Il requiem di Mozart è il mio preferito ma si colloca all’interno di uno spazio concettuale esplorato da numerosi musicisti classici. In questo caso l’autore si muove all’interno di un certo spazio, scoprendone ad esempio limiti e nuove possibilità. La creatività trasformativa, invece, si allontana da modelli e idee preesistenti. Lo spazio concettuale viene trasformato, alterandone una o più dimensioni. Vengono generate idee che prima non potevano essere generate senza quel tipo di alterazione. Pensiamo a Van Gogh, alla nascita di una nuova corrente artistica, come l’impressionismo o il post-impressionismo. Ai quadri di Pollock, e alla nascita dell’espressionismo astratto. L’IA ha le prime due capacità, cioè creatività combinatoria ed esplorativa, ma non trasformativa. E questo dipende, almeno in parte, dal fatto che questi sistemi sono sistemi statistici.
Quali sono i rischi per la creatività umana, se ce ne sono?
La letteratura scientifica recente mostra che i modelli generativi non sono più creativi di noi, possono migliorare abilità e prestazioni individuali, aiutandoci ad avere idee nuove o a migliorarle. E, tuttavia, dopo un po’, se ci affidiamo troppo all’IA, le idee finiscono per per somigliarsi l’una all’altra fino a convergere.
Il rischio è che il pensiero si sposti dall’esplorazione alla selezione di ciò che ci viene proposto e suggerito da queste tecnologie. Il secondo rischio riguarda la creatività convergente. Penso al progetto Next Rembrandt, sviluppato da Microsoft in collaborazione con il Rembrandt House Museum, il cui scopo era riportare in vita il grande pittore olandese per un ultimo dipinto. Il risultato è un’opera che sembra un Rembrandt, ma che Rembrandt non ha mai dipinto. Ritrae uomo caucasico tra i 30 e i 40 anni, in abiti scuri, con il viso di profilo, ne rispecchia le geometrie la luce e perfino le caratteristiche materiche. Il rischio è che i modelli di IA catturino non solo le caratteristiche di singole opere preesistenti, ma in qualche misura anche la personalità artistica degli autori e che gli artisti si trovino a dover competere con un Doppelgänger, un doppio digitale da cui vengono emulati.
Potrebbero vivere forme di pressione per potersi distinguersi e competere con il proprio doppio. E questo riguarda non solo il diritto d’autore e la proprietà intellettuale, ma anche i diritti all’identità personale. Pensiamo ai casi di attori, artisti, la cui voce è stata usata per spot pubblicitari o canzoni che non hanno mai cantato. C’è qualcosa di più personale della voce?
C’è, allora, un modo in cui possiamo usare l’IA in modo creativo, superando la dicotomia tra entusiasmo e paura?
Mi viene in mente Harold Cohen, che alla fine degli anni ’60, durante una residenza alla University of California, a San Diego, costruì AROON. Attraverso algoritmi e linguaggi di programmazione, l’artista britannico voleva scoprire i meccanismi percettivi e cognitivi della creazione. L’arte poteva essere ridotta a una serie di regole formali? A una lingua fatta di linee, confini, simmetrie e tensioni? Cohen credeva di poter programmare un artista, ma presto si accorse che AARON non era un assistente disciplinato. Le figure erano sbilenche, le pose impossibili, gli spazi prospettici implosi, le relazioni anatomiche irregolari. Eppure, quelle figure imperfette costrinsero Cohen a cambiare il proprio sguardo. Credeva di poter programmare un artista, ma fu AARON a cambiare lui e quelle distorsioni divennero l’essenza del suo lavoro. In quel rovesciamento nacque una nuova idea di arte e creatività l’esito di un dialogo tra l’essere umano e le macchine, che imparano l’uno dall’altro.



