Il tema della disabilità al cinema è stato affrontato spesso, in genere traslando storie vere nella finzione attraverso l'interpretazione di attori professionisti, tanto che – a parte il rischio della componente ricattatoria insito nell'argomento nell'ambito dei prodotti più commerciali - è più esatto parlare di una sua rappresentazione filtrata da più sensibilità normodotate. Non corre nessuno di questi rischi London, opera prima, dopo una serie di premiati cortometraggi, dei brasiliani Màrcio Picoli e Victor Di Marco, che ne è anche autentico protagonista e mette in scena se stesso e la propria malattia nel personaggio del titolo, un giovane dominatore in un club fetish gay, dove lavora con altri colleghi anch'essi disabili.

London ha i capelli ossigenati, odia la luce e il giorno e ama la notte, vissuta da creature come lui misteriose e diverse. Per una malattia neuro degenerativa ancora non diagnosticata con esattezza, non controlla i movimenti, ha difficoltà a parlare, a camminare e a restare immobile durante gli esami. Il suo cervello non produce dopamina, rendendogli difficile ottenere gratificazioni (anche il sesso sembra per lui più fonte di sofferenza che di piacere).

Vive da solo in un appartamento con grandi finestre su cui le tende non vogliono saperne di restare appese, si sente osservato dai vicini e dalla gente (ci sono echi polanskiani in certe sequenze), è a suo agio solo coi colleghi e con una donna molto più grande di lui (in questo caso l'età che la rende invisibile allo sguardo maschile completa l'eccessiva visibilità del suo handicap). Ma, soprattutto, London non vuole essere definito dalla sua condizione: per questo si ribella alla madre preoccupata e al medico che lo ha in cura e che vuole dargli una diagnosi precisa, che al tempo stesso lui vorrebbe conoscere ma che “congela”, per paura che gli impedisca di coronare il sogno di volare nella città di cui porta il nome e in cui “sa” che sarà libero e felice.

London
London

London

La regia non è mai morbosa, nemmeno nelle sequenze più esplicite ambientate nel sex club in cui London lavora, non insiste su dettagli inutili ma mette al centro del mondo del protagonista, oltre allo sguardo desiderato e temuto, il colore e i suoni. Più la sua vita sembra incompleta e diversa (lui si definisce “uno storpio” e anche quando rimorchia partner occasionali sulle app mette in evidenza questa caratteristica, che ha anch'essa i suoi feticisti), più appare come un pesce in un acquario su cui si riflettono sfumature e ombre: il verde dell'ospedale e della stanza della risonanza magnetica coi suoi insopportabili rumori metallici si alterna alle luci rosa e gialle del club privato, con le musiche che ne accompagnano i riti e il suono della plastica che avvolge corpi umani, mentre il mondo esterno appare bianco e incomprensibile visto dall'alto del suo appartamento.

Le scelte registiche evidenziano il dualismo che divide il personaggio tra paura e desiderio, voglia di esibirsi e timore di essere visto e giudicato per una parte di sé. La recitazione di tutti i protagonisti è naturalistica, tanto da portare lo spettatore a partecipare alle vicende di London come se, più che di un'opera di finzione, si trattasse di un documentario.

E questa componente, l'ibrido tra fantasia e realtà, è sottolineata da una bella sequenza “rubata” e ripresa dall'alto in cui il protagonista, mentre si trova su una piazza attraversata da molte persone, all'improvviso cade, tradito dalla gamba debole, e solo dopo un bel pezzo, in cui la gente lo supera indifferente, due donne lo aiutano a rimettersi in piedi.

Una sequenza che dice molto su come guardiamo il mondo dei disabili dalla nostra posizione privilegiata: con diffidenza (sarà caduto perché ubriaco o drogato, meglio non fermarsi, ci penserà qualcun altro), paura ed egoismo comuni a società di paesi diversissimi, che rendono chiara quanto unica sia l'esperienza di chi vive certe condizioni sulla propria pelle e che nel caso di London, come evidenzia il bel finale, equivale alla rivendicazione della libertà di fare le proprie scelte e vivere la vita che gli è toccata in sorte al meglio delle sue possibilità, qualunque sia il prezzo da pagare.