Quali criteri deve soddisfare una critica onesta e verace, libera da pregiudizi o generiche superficialità, capace di far emergere il valore di un film? Certo, parlare di libertà può risultare pleonastico dato che il pensiero si forma con l’esperienza e la conoscenza di una cultura, e un critico non può non considerare le idee maturate nel suo percorso formativo. Ciò che importa è tenere lontane opinioni e posizioni pregiudizievoli e stereotipate.

Mi viene in mente Birdman (Alejandro Iñarritu, 2014). La scena è quella in cui il protagonista, Riggan, incrocia Tabitha, critico teatrale, in un bar di Broadway. L’attore vuole dimostrarle di aver abbandonato i panni del supereroe piumato che lo aveva reso celebre al cinema. La giornalista gli rinfaccia, senza “pudore” ciò che pensa di lui. Riggan ne avverte l’ostilità. “Distruggerò il suo spettacolo”, gli risponde brutalmente Tabitha. La sua caustica avversione nasce per aver occupato inutilmente un teatro per un inutile spettacolo. “Si è vero. Non ho letto una parola del copione e non ho assistito a nessuna delle anteprime. Ma dopo la prima di domani le assicuro che scriverò una delle peggiori recensioni che siano mai state scritte e farò chiudere il suo spettacolo. Le piacerebbe sapere perché? Perché io la detesto. Lei e tutti quelli che rappresenta: ragazzini egoisti, presuntuosi e arroganti, patetici attori ignoranti, improvvisati, impreparati, che si illudono di avvicinarsi all’arte, che si assegnano a vicenda premi per cartoni e film pornografici, che dipendono dal box office del weekend”. Lo liquida con un sarcastico “in bocca al lupo”.

Birdman
Birdman

Birdman

La reazione dell’attore ci consente di riflettere sulla professione del critico e sulle qualità di un lavoro fatto con competenza che consegni al pubblico chiavi di lettura corrette e attendibili. Una critica che permetta di riconoscere l’animo e l’onestà intellettuale dell’autore; di cogliere la prospettiva estetica nel bello rappresentato, possibilmente in armonia morale con il buono e il vero delle intenzioni; che instauri la relazione intellettiva, in termini “echiani”, tra “autore” e spettatore “implicito”. Ritorniamo a Riggan. L’attore strappa di mano il quaderno con gli appunti della donna e domanda se è buona o cattiva, se ha visto lo spettacolo.

Poi l’attenzione cade sugli aggettivi usati: “Acerbo… fiacco… marginale…”. Tutte etichette che dimostrano “pigrizia”. A monte manca il lavoro di preparazione, lo sforzo di entrare in sintonia, l’impegno di conoscenza. “Lei scambia tutti quei rumorini che ha nella testa per vera conoscenza”. Gli aggettivi che dovrebbero definire le chiavi di lettura per la comprensione, rischiano di diventare etichette ovvie. Il critico, invece, raccoglie, vaglia, trattiene e rende; coglie l’atteggiamento di restituzione verace dell’afflato dell’autore; vaglia le intenzioni e valutando non giudica sic et sempliciter.

“Liberare la testa dai rumorini”.

L’espressione richiama il pregiudizio e lo stereotipo, due pietre su cui si rischia spesso di inciampare. Ritorna alla mente Pier Paolo Pasolini e la sua opera: quanta incomprensione ha distinto la critica cattolica su un’operazione di lettura già condizionato dall’alone che accompagnava l’uomo e l’intellettuale Pasolini, già colpevole di atteggiamenti e schieramenti non consoni e perciò pregiudizievoli. Erano anni in cui ci si schierava con definizioni che non ammettevano gradazioni o sfumature. Anni in cui la critica esaltava o condannava al riconoscere, o disconoscere, le qualità concettuali del film e la carica morale del suo autore. Ma la critica è figlia del suo tempo e ne subisce requisiti e vincoli.

La ricotta © Archivio Fotografico CSC-Cineteca Nazionale
La ricotta © Archivio Fotografico CSC-Cineteca Nazionale

La ricotta © Archivio Fotografico CSC-Cineteca Nazionale

La ricotta, di cui ricorrono i sessant’anni, fu vittima di un giudizio negativo da parte della critica cattolica che rifletteva un sentimento in linea con la sensibilità morale della Chiesa il cui atteggiamento di preoccupazione era caratterizzato dalla protezione, ma ha provocato anche l’allontanamento del mondo della cultura, di intellettuali e artisti.

“Impostato secondo una prospettiva audace, che sotto una paradossale satira di costume cela un’intuizione allusivamente tragica, l’episodio di Pasolini presenta pagine esasperate e cerca il suo punto di forza in un mondo di squallore sociale e morale, riprodotto con acre violenza”, scrisse di Ro.Go.Pa.G Segnalazioni cinematografiche (vol. 53, 1963) di cui La ricotta era uno dei quattro episodi. Del film venne fatto risaltare “lo sfregio” morale determinato da una rappresentazione della Crocifissione ritenuta derisoria, in un contesto squallido, con atteggiamenti irriverenti e “blasfemi” dei personaggi che la animavano. Contenuti assolutamente ravvisabili a giustificazione dello scandalo e della reazione censoria che ne seguì. All’episodio però non venne riconosciuta la bellezza e le intenzioni rappresentative di quel mistero che tanti artisti hanno ricreato nelle opere pittoriche, poiché ci si fermò alla forma e non al contenuto che ravvisava la decadenza morale di quegli anni. Fallimento morale riconosciuto dal caso Federico Fellini con La dolce vita.

Tale sensibilità oggi è cambiata ed è espressa dalla Gaudium et spes: “A modo loro, anche la letteratura e le arti cercano di esprimere la natura propria dell’uomo, i suoi problemi e la sua esperienza nello sforzo di conoscere e perfezionare se stesso e il mondo; cercano di scoprire la sua situazione nella storia e nell’universo, di illustrare le sue miserie e le sue gioie, i suoi bisogni e le sue capacità, e di prospettare una sua migliore condizione” (GS 62).

Con le sue narrazioni artistiche il cinema è manifestazione dell’umanità ed è riflessione sull’umanità, e anche nella espressione più violenta e discutibile c’è sempre una rivelazione profonda, “una epifania dell’umano”: quella del desiderio di felicità condizionato dalla realtà della condizione antropica non sempre nobilitata dall’agire. Attenti alle mutazioni e alle esigenze dei tempi, possiamo indicare alcuni tratti che danno il valore dell’onestà intellettuale alla critica.

La ricotta © Archivio Fotografico CSC-Cineteca Nazionale
La ricotta © Archivio Fotografico CSC-Cineteca Nazionale

La ricotta © Archivio Fotografico CSC-Cineteca Nazionale

Una buona critica cattura l’attenzione, suscita emozioni, sollecita il lettore a trovare e a “riscrivere” elementi emersi dalla sua esperienza di spettatore. Sa riconoscere (e far emergere) le qualità di un’opera secondo una metodologia composta da cinque elementi ispirati dalla Poetica aristotelica: la poetica (la poiesis), cioè lo stile dell’autore, la “sua mano”, il mondo di valori a cui fa riferimento; il grado di rappresentazione (l’aesthetica) nei suoi dinamismi esistenziali, razionali e irrazionali, emotivi e passionali, coerenti con l’agire umano; il carattere e l’interpretazione (l’etos e mimesis), dei personaggi e del loro agire, il mondo valoriale che rappresentano e che restituiscono nelle possibili variazioni e gradazioni tra il bene e il male; la realizzazione (la techné), le tecniche utilizzate per la rappresentazione; l’autorialità l’intenzione), cioè l’orientamento/volontà dell’“autore” di costruire cornici di senso a partire dalla sua percezione del mondo.

Una volta Fellini ebbe a dire a padre Virginio Fantuzzi: “A volte mi capita di ascoltare tra l’incantato e il rincitrullito certe interpretazioni dei miei film fatte da angolazioni e prospettive che mi sono del tutto estranee. Vedendo le mie cose dall’interno, come faccio sempre, non avevo pensato che, da fuori, potessero essere viste così”. Aggiunse: “Io non so se posso dire di essere un poeta; certamente non sono un critico. La riflessione sul significato di quello che ho fatto la lascio a chi ha la competenza per poterla fare”. Allora è il caso di dirsi “in bocca al lupo” nella costruzione di tale competenza.