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Foto di Karen Di Paola
Questo editoriale è contenuto nel primo numero di Cinematografo a Venezia, la newsletter dedicata alla Mostra. Clicca qui per iscriverti
Titolo non particolarmente originale, lo riconosciamo. Ma inevitabile per una Mostra che, alla sua ottantatreesima edizione, è ancora chiamata a sorprenderci e a rilanciare nel mondo la missione dei festival cinematografici: scoprire il nuovo, intercettare il futuro, misurare lo stato del cinema. Il festival più antico non può rinunciare a questo sguardo in avanti.
Venezia è dunque un cantiere aperto. Non soltanto per gli allestimenti ancora in via di definizione, ma per le numerose incognite che gravano sull’edizione. A cominciare dall’assenza dei grandi film americani, proprio dopo un’estate eccezionale per il botteghino italiano, trainata soprattutto da quattro o cinque titoli hollywoodiani. Bisognerà capire se si tratta di un episodio o del segnale di una disaffezione più profonda, destinata a incidere non soltanto sui tappeti rossi e sulla presenza delle star, ma anche sull’indotto economico del Festival, alimentato da ospiti capaci di garantire una spesa “premium”.
Di contro, dopo un’estate nella quale sono mancati soprattutto i film italiani, Venezia ne presenta una quantità impressionante. Sommando i titoli attesi tra il Lido, Roma e Torino, le distribuzioni rischiano di svuotare in pochi mesi i propri listini. A quale scopo? Sarà Venezia la vetrina giusta per valorizzare il nostro cinema? E i nostri film saranno all’altezza di un festival internazionale e di un mercato globale sempre più competitivo, esigente sul piano della qualità e dell’originalità? Lo scopriremo nei prossimi giorni e, soprattutto, quando questi titoli arriveranno nelle sale, attesi al varco dal giudizio del pubblico.
C’è poi la questione della presenza femminile, esplosa ancora prima che venissero stesi i tappeti: appena due donne tra i ventuno registi del Concorso. Un dato sconfortante, del quale Venezia non può essere considerata l’unica responsabile, ma che offre l’occasione per riflettere sugli squilibri strutturali del nostro cinema. E saranno proprio tre donne, Piera Detassis, Angela Prudenzi e Roberta Torre, a inaugurare il nostro spazio d’incontro alle Procuratie, “Che Spettacolo!”. A loro rivolgeremo alcune delle domande poste in questo editoriale, per provare a capire che cosa stia cambiando davvero e che cosa, invece, continui ostinatamente a non cambiare.
Il Lido ospiterà inoltre un confronto tra gli autori e le loro rappresentanze sulla riforma del cinema annunciata dall’attuale maggioranza, intorno alla quale sembra essersi formata un’ampia convergenza. Al centro, l’ipotesi di un’Agenzia nazionale per il cinema: non esattamente sul modello francese, ma in una declinazione tutta italiana, della quale abbiamo già analizzato opportunità e rischi in un ampio speciale su Cinematografo.it.
Resta poi il problema dell’eccesso di offerta. Film, sezioni e appuntamenti continuano a moltiplicarsi, rendendo materialmente impossibile vedere tutto. È una questione che ritorna da anni e riguarda l’intero sistema: a una produzione crescente non corrisponde un’analoga capacità di attenzione, racconto e assorbimento da parte della critica, del mercato e del pubblico.
E mentre l’offerta si allarga, gli spazi sembrano restringersi. I prezzi proibitivi degli alloggi e la speculazione sugli affitti stanno convincendo sempre più freelance, giovani critici e giornalisti a rimanere a casa. È una tendenza della quale bisognerà occuparsi seriamente: un festival senza critica, senza giornalisti e soprattutto senza una nuova generazione di sguardi non è più lo stesso festival.
Infine, il clima. Ha ancora senso immaginare una manifestazione lunga quasi due settimane in uno dei periodi più caldi dell’anno, imponendo a lavoratori, ospiti e pubblico ritmi sempre più difficili da sostenere? Anche Venezia dovrà interrogarsi sugli effetti del cambiamento climatico, ripensando tempi, spazi e modalità di un evento che non può parlare del futuro del mondo senza considerare le condizioni materiali nelle quali quel futuro viene vissuto.
I lavori, insomma, sono davvero in corso: negli spazi ancora da ultimare, nell’industria, nelle politiche culturali e nell’identità stessa del Festival. Nei prossimi giorni proveremo a raccontarli, senza rinunciare alle domande. Buona Venezia a tutti.
