“Nel raccontare la storia di Gerda Taro abbiamo sentito la risonanza con il presente. Già questo ci sembrava un elemento che poteva traghettare quella storia ai giorni nostri. È un film in costume ma l’idea è che la regia fosse agile, più contemporanea, in movimento. I materiali d’archivio e le foto di Gerda e di Robert Capa sono determinanti anche nella narrazione, che segue la stessa struttura del romanzo, con l’intreccio dei vari piani temporali. Gerda in qualche modo torna a raccontarci la sua vita e la non-finzione nel film è una sorta di punteggiatura, un controcanto all’impianto dominante che è quello della finzione”.  

Alina Marazzi apre la sezione Orizzonti di Venezia 83 con La ragazza con la Leica, una coproduzione Italia-Germania (Vivo Film con Rai Cinema e Komplizen Film con ZDF/Arte), liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Helena Janeczek,edito da Guanda editore, vincitore del Premio Campiello e del Premio Strega nel 2018. Il film sarà prossimamente distribuito nelle sale (verosimilmente ad inizio 2027), distribuito da BIM.

Parigi, 14 luglio 1937. Gerda Taro trascorre insieme a Robert Capa e agli amici di sempre, con i quali è fuggita dalla Germania nazista, l’ultimo giorno prima di tornare sul fronte spagnolo. Tra passato e presente riaffiorano i momenti che hanno segnato la sua vita: l’impegno politico a Lipsia accanto al suo primo amore, gli anni dell’esilio a Parigi, il colpo di fulmine con Capa, la scoperta della fotografia e il desiderio, sempre più forte, di usare la sua Leica come strumento di lotta e di libertà. Un ritratto della prima fotoreporter morta sul campo di battaglia, una donna che ha incarnato un tempo in cui tutto sembrava ancora possibile.

La ragazza con la Leica - Credits Manuel Alberto Claro
La ragazza con la Leica - Credits Manuel Alberto Claro

La ragazza con la Leica - Credits Manuel Alberto Claro

Un racconto sul passato (il film è realizzato in 16mm, in certi momenti anche in Super8) per ragionare sulle criticità del presente e il valore dell’immagine oggi: “All’epoca l’impatto che potevano avere le fotografie scattate dai fotoreporter era diverso ovviamente, ma io credo che ancora oggi le immagini abbiano la loro potenza. Semplicemente il nostro sguardo deve essere più vigile: un’immagine ti restituisce una visione del mondo e dobbiamo capire se lì dietro c’è lo sguardo di un autore, di un’autrice”, spiega ancora Marazzi, anche autrice della sceneggiatura insieme a Valia Santella: “Frequentare il materiale d’archivio, istituzionale e privato, ha alimentato il nostro immaginario. Il rapporto con la quotidianità ci ha aiutato moltissimo, è lì che trovavamo la contemporaneità con cui si è cercato poi di fare i conti. In fase di scrittura è stato come riscrivere scene che in parte avevamo già visto, in questo modo ci siamo rapportate con le immagini ancora prima che le immagini del film venissero create”, racconta Santella.

La ragazza con la Leica - Credits Manuel Alberto Claro
La ragazza con la Leica - Credits Manuel Alberto Claro

La ragazza con la Leica - Credits Manuel Alberto Claro

Ad interpretare la fotoreporter è Emilia Schüle: “Sono stata davvero onorata di prendere parte a questo film, è un progetto che rende giustizia ad un personaggio che non ha avuto riconoscimento nella sua epoca ed è rimasta a lungo ‘nascosta’ anche dopo la sua morte. Credo sia davvero doveroso rendere giustizia al suo contributo come artista e come donna. È stata eroica e il messaggio che restituisce è quello di non distogliere mai lo sguardo dalla realtà che ci circonda e quale sia l’importanza di essere testimoni, di tenere sempre gli occhi aperti. Robert Capa non sarebbe esistito senza Gerda Taro, è stata lei in qualche modo a crearlo”.

La ragazza con la Leica - Credits Vivo Film / Kompizen Film / ZFD-Arte / Eolo Film Productions
La ragazza con la Leica - Credits Vivo Film / Kompizen Film / ZFD-Arte / Eolo Film Productions

La ragazza con la Leica - Credits Vivo Film / Kompizen Film / ZFD-Arte / Eolo Film Productions 

Aaron Altaras interpreta invece Robert Capa: "La responsabilità di interpretare questi ruoli è anche quella di riportare in vita delle persone giovani che vivevano un’esistenza completamente diversa da quella dei ragazzi di oggi. Conoscevano due, tre lingue, erano apolidi perché costretti a spostarsi di continuo e ad assumere nuove identità a causa delle persecuzioni naziste. Ma il loro attivismo non li privava del desiderio di condurre comunque uno stile di vita tipico dei giovani: Capa è il personaggio più tosto che abbia mai ‘incontrato’ in vita mia, un uomo che da una parte aveva grande passione e coraggio, dall’altra non smetteva di inseguire l’utopia di poter vivere una vita fatta anche di amore”.

Sullo stato dell’arte di “una donna con la macchina da presa” oggi, Alina Marazzi riflette: “Le donne in questo campo, come in tanti altri, hanno sempre saputo far buon viso a cattivo gioco. In un certo senso è come se molti film diretti da noi donne siano film senza macchina da presa. Per una giovane ragazza che si vuole avvicinare al cinema immaginarsi in un ruolo apicale è forse più difficile che per un ragazzo, storicamente è così. Io però ho avuto la fortuna di lavorare con una produzione italiana e una tedesca e l’80% dei collaboratori erano donne. Iniziamo ad essere più presenti, magari senza mostrarlo più di tanto. Fare un film è qualcosa di molto complesso, per realizzare questo ci abbiamo messo otto anni e nel corso del tempo sono tanti i momenti di scoramento, bisogna avere una forte determinazione. I finanziamenti dati alle registe donne sono inferiori rispetto a quelli dal budget equivalente di film diretti da uomini: perché?”. 

Produttivamente parlando, Marta Donzelli di Vivo Film aggiunge: “Credo ci sia molto da lavorare sull’immaginario e questo film ci racconta anche questo. Uno dei temi centrali è quello del valore della testimonianza e su come si costruiscono le narrazioni. Questo è un film più complesso produttivamente rispetto ad altri, ringrazio Rai Cinema che ci supporta da anni, un pilastro in Italia che consente di fare un cinema più coraggioso”.