Fresco di David di Donatello come migliore attore non protagonista per Nonostante, Lino Musella arriva al Lecco Film Fest per presentare i primi due episodi di Portobello sul grande schermo di Piazza Garibaldi. E ci promette altre grandi interpretazioni in due film di prossima uscita.

È un gran momento, no?
Portobello è tra le esperienze più forti che ho fatto al cinema, anche grazie all’incontro con Marco Bellocchio, un maestro molto sensibile sia nel rapporto con gli attori sia nella fase della scrittura. E, all’interno della serie, il mio personaggio ha un importante peso specifico.

In Portobello è Giovanni Pandico detto ‘o Pazzo, non “pentito” ma “dissociato” della Nuova Camorra Organizzata che con le sue false rivelazioni mise nei guai Enzo Tortora. È troppo se diciamo che è un po’ il protagonista occulto della storia?
Sono l’antagonista, ruolo che volte si preferisce a quello del protagonista, colui che porta sulle spalle il peso del dramma e anche il senso della storia. L’antagonista muove tutto questo. Pandico non è Iago di Otello, non è quello cova il seme del male, che lo nutre per farlo diventare un albero a cui legare la corda con la quale il protagonista si impicca. No, non è così.

E come?
Ha una struttura tragica, ne seguiamo l’evoluzione. E, a un certo punto, lo perdiamo. La sua follia lo porta a convalidare tutte le sue certezze. E alla fine si fa anche scoprire.

Lino Musella
Lino Musella

Lino Musella

(Stefano Micozzi)

La provocazione sul fatto che Pandico sia il “protagonista” è anche perché è il più bellocchiano dei personaggi di Portobello, l’ennesimo matto slegato raccontato dal maestro. E, in fondo, è uno sconfitto.
Più che sconfitto è un escluso tra gli esclusi. Vive una condizione di prigionia nella prigionia stessa. Non è neanche un vero e proprio camorrista né un seguace di Raffaelle Cutolo. Vorrebbe esserlo, ma non è affidabile. E così si trova in una vicenda molto più grande di lui. Certo, la sua funzione nella storia è legata al personaggio di Tortora; tuttavia, è proprio lui a innescare tutto. Pensiamo, poi, a cosa accade durante il maxiprocesso: i vari pentiti hanno cominciato a inventare cose e a straparlare, è tutto quel mare di invenzioni che ha segnato la vicenda umana e giudiziaria di Tortora.

Soprattutto nel quinto episodio si capisce come il processo sia una vera messinscena dove tutti voi attori portate qualcosa che non è immediatamente realista. Come se quello slittamento fosse legato alla vostra identità teatrale.
Sì però c’è anche un po’ di confusione su questo aspetto. Il nostro cinema ha vissuto la grande stagione del neorealismo che si poggiava su invenzioni che funzionano tuttora. Se un regista gira un film ambientato in una scuola, chiama grandi attori e affida il ruolo della protagonista a una che lavora nella scuola, è facile immaginare che la più brava del cast sia proprio lei. E questa è un’occasione straordinaria che offre il cinema. Un attore che viene dal teatro ha la possibilità di mettersi sempre in gioco grazie al fatto che chi non è attore può insegnarti la verità della scena. Può insegnartela anche un bambino o un animale.

Un animale?
Certo, mi è successo anche ultimamente. Il cinema, mettendo in scena la vita, non si pone il problema del realismo: la vita spesso è surreale, i personaggi non sono così quotidiani. Se ascolti un processo, ti accorgerai che le persone che intervengono sono molto teatrali. Chi viene dal teatro è un maestro di verità: lavora sempre in piano sequenza, stabilisce un patto col pubblico dall’inizio alla fine. Quando mi sono avvicinato al cinema, è successa una cosa interessante.

Lino Musella in Portobello
Lino Musella in Portobello

Lino Musella in Portobello

(Anna Camerlingo)

Quale?
Nella serie Gomorra non interpretavo un ruolo “realista”, eppure la gente mi fermava per strada e si stupiva che parlassi diversamente. “Ah, sei un attore!” mi diceva. Non mi percepiva come una maschera. Inseguo sempre il principio di verità anche quando i personaggi che interpreto si muovono sopra le righe. L’importante è che siano sempre profondamente credibili.

Bellocchio e Gomorra, ma anche Mario Martone (Qui rido io) e Roberto Andò (Il bambino nascosto), altri due registi di formazione teatrale, e i fratelli D’Innocenzo, che in Favalocce l’hanno scelta come trait d’union con quei bambini di cui parlava prima. Come si fa a essere sempre credibili in contesti così diversi?
Non saprei. Ma so che mantengo aperta la porta dell’inconsapevolezza. So di appartenere a una tipologia umana che ha delle caratteristiche particolari. Continuo ad avere una curiosità verso quello che si può fare, mi interessa scoprire qualcosa di nuovo. Ma, ecco, non riesco ad afferrare la mia cifra cinematografica: l’ho cambiata e la cambio. È una cosa che, una volta, disse Pupi Avati.

Che la diresse in Lei mi parla ancora: era Renato Pozzetto da giovane.
Parlando di me, disse una cosa bella: Lino cambia sempre moduli, senza che questo diventi un virtuosismo. Mi fece molto piacere. Mi piace indagare nelle vite dei personaggi, sperimentare il linguaggio del cinema. Mi sento ancora molto – lo dico tra virgolette – acerbo. Intendiamoci, anche a teatro bisogna sempre sperimentare e indagare, anche lì posso ancora sentire “acerbo”. Ma, a teatro, ci sono delle cose in cui credo fortemente.

Il teatro è la sua casa.
Credo nell’autorialità dell’attore. Anche quando ho lavorato con grandi, grandissimi registi, so di avere scritto la mia parte grazie a loro; ma so anche di averla scritta da autore.

Lino Musella in L'ombra del giorno
Lino Musella in L'ombra del giorno

Lino Musella in L'ombra del giorno

Tornando al cinema, è spiazzante vederla passare dalla tenerezza più disarmante (Nonostante di Valerio Mastandrea) alla crudeltà (L’ombra del giorno di Giuseppe Piccioni).
Mi diverto molto a fare i fascistoni. In generale tutti i “cattivi”: mi piace capire che tipo di spigoli hanno. Si dice che non bisogna mai giudicare i personaggi. Penso che sia un sofismo: li devi proteggere in scena e non li devi giudicare mentre reciti, d’accordo, ma i personaggi vanno giudicati, altrimenti come li interpreti? Poi, è chiaro che, trattando alcuni personaggi, il giudizio personale pesa di più. Un fascista, come quello di L’ombra del giorno, ha a che fare con il potere associato allo Stato, un tema che mi provoca molta rabbia. Un criminale, invece, anche quello più efferato o inqualificabile, cova delle ragioni per quanto irragionevoli che voglio indagare: la vita che ha attraversato, il contesto in cui è cresciuto, la sua educazione, la cultura di cui è imbevuto.

Com’è diventato attore?
A un certo punto l’ho fatto per “sfinimento”. Ho cominciato trent’anni fa, nel 1996, con un apprendistato da tecnico teatrale, poi ho studiato come attore, in seguito mi sono interessato alla regia da cui poi mi sono allontanato. In ogni caso, mi sono innamorato del teatro soprattutto come luogo, mi sarebbe bastato stare dentro senza dover fare necessariamente l’attore. Quello che faccio da trent’anni è un teatro indipendente. In fondo i luoghi sono dispositivi: metti trenta sedie e hai fatto un teatro. A fare la differenza è la capacità di stabilire un rapporto.

Nei prossimi mesi ti vedremo in due film.
E sono molto curioso di vedere come verranno accolti, perché partono da due sceneggiature che ho amato moltissimo: Il rumore delle cose nuove di Paolo Genovese e Il fuoco che ti porti dentro di Edoardo De Angelis. Che sono anche due titoli bellissimi.

E qual è il fuoco che si porta dentro?
Una forma d’amore. L’amore è un sentimento che si combina con tantissime cose, anche con la rabbia, l’invidia, l’odio, la lotta. Pensate che fuoco è, l’amore.