Elsinore è l'Hamnet 2.0? La versione aggiornata del dramma della mortalità, filtrato attraverso il grande teatro shakespeariano? Le affinità sono troppe per non pensare, se non a un canone, almeno a una tendenza. E le tendenze, si sa, non sono soltanto una questione statistica, ma culturale.

Perché dunque, nel giro di un anno, arrivano due grandi melodrammi di matrice britannica che parlano di dolore, morte e arte, che utilizzano l'Amleto del Bardo come contrappunto non soltanto retorico ma emotivo, che si reggono su straordinarie prove attoriali, che non disprezzano la colonna sonora come amplificatore patetico e, soprattutto, che non si vergognano di manipolare lo spettatore fino a provocare una rottura interiore, una commozione travolgente, facendone anzi un'intenzione poetica, un progetto espressivo?

Due film rimasti fuori dai principali festival europei, proprio nell'Europa di Shakespeare, e che hanno costruito il proprio percorso reputazionale nei grandi appuntamenti nordamericani, Telluride e Toronto. Come se questi festival avessero meno puzza sotto il naso, fossero abbastanza aperti da accogliere anche il melodramma che ci fa versare tutte le lacrime.

Eccola, dunque, la questione culturale. Elsinore e Hamnet hanno riportato al centro della scena non soltanto Shakespeare, ma anche il cinema delle grandi emozioni. Un cinema che non ha paura della dimensione melodica (Max Richter in Hamnet, Stefan Gregory in Elsinore), dell'interpretazione sopra le righe, delle scene madri e del finale in CRESCENDO. Un cinema che recupera la catarsi, parola antica e oggi quasi sospetta, e rivendica il diritto di commuovere.

Non dovremmo vergognarcene. Personalmente, alla proiezione stampa di Elsinore, ho visto molti colleghi, critici e giornalisti, singhiozzare. Alcuni hanno guadagnato velocemente l'uscita di sicurezza, forse per non farsi sorprendere con i Kleenex in mano. La stessa cosa era accaduta lo scorso anno alla prima di Hamnet. Perché nascondersi? In fondo, il rigore del critico e lo sguardo distaccato non prescrivono l'assenza di empatia, l'anemia sentimentale. Tutt'altro.

Oggi che molti lamentano, anche nei giornali, la deriva di chi affida all'intelligenza artificiale la scrittura e persino il pensiero, abbiamo invece bisogno di tirare fuori il fattore umano. Di esporci, di sentirci e dichiararci imperfetti, fragili, di ribadire il nostro stato creaturale e finito. Ed ecco che, senza volerne fare necessariamente un canone, forse nemmeno una tendenza, Elsinore e Hamnet sembrano alimentarsi dello stesso humus culturale: la paura di non essere più umani. 

E con chi farlo, se non con il massimo cantore della nostra straordinaria limitatezza, della nostra smisurata, degna, commovente, drammatica mortalità? Shakespeare torna contemporaneo perchè ci ricorda che non è superando i propri limiti che si diventa umani. 

Chiamatelo come volete, persino neomelodramma, purché la formula non nasconda un disprezzo. Né dobbiamo cadere nel tranello di pensare che il teatro e il Bardo servano da specchietto per le allodole, per nobilitare un'operazione strappalacrime. 

La rappresentazione teatrale è la quinta e la scena del progetto, ne assorbe e ne rielabora la polpa esistenziale, il fetore di morte, l’oscenità del patire privato. Il teatro è il corpo che torna a vivere, irriducibile e unico. A teatro la vita passa come arte della presenza irripetibile. È di nuovo l’uomo, vulnerabile sì, ma insostituibile, a prendersi la scena. Un’ultima volta ancora.