C’è Daniel Day-Lewis, non in carne e ossa, nondimeno Elsinore non è su di lui, bensì sull’attore che lo rimpiazzò al londinese National Theatre allorché mollò improvvisamente il dramma scespiriano. Era il 1989 e fu Ian Charleson a prendere il ruolo di Amleto, forte di Momenti di gloria (1981, interpreta Eric Liddell) non ancora del tutto estinti.

Biondo, elegante, un diaframma percepibile tra sé e il mondo, è gay senza ostentazione – la carriera ne sarebbe compromessa. Quando gli viene diagnosticato l’HIV, rifiuta i farmaci, si limita a monitorare eventuali lesioni da sarcoma di Kaposi: quando ne trova una sulla tempia destra, si condanna a morte.

E allora Amleto? L’aveva già interpretato, il principe di Danimarca, nel ’74, ma ora sarebbe il ruolo della vita, e della fine, e il regista Richard Eyre (Johnny Flynn) glielo vuole assegnare: riuscirà a onorarlo e, ancor prima, la dottoressa Johnson (Olivia Colman) glielo permetterà?

Scritto da Stephen Beresford e diretto da Simon Stone, Elsinore è in cartellone alla 21. Festa del Cinema di Roma nella sezione Grand Public: arriverà nelle sale italiane il 28 gennaio 2027, e una settimana prima varrà a Andrew Scott la prima nomination all’Oscar quale migliore attore protagonista. Se la merita, eccome, ma se bisogna sempre distinguere le opere dagli autori, salvaguardando le prime e al più stigmatizzando i secondi laddove riprovevoli per gesta e ideologie, vanno anche cerniti gli attori dalle opere: Andrew Scott è migliore di Elsinore, che a dirla tutta gli si dedica incondizionatamente, perfino, si sacrifica.

Il dramma è sull’Aids, il focus sul paziente speciale, non per privilegio ma per pugna, ovvero arte-vita – e per giunta con Amleto che parla di morte, poi, con 4.167 battute in capo all’eponimo protagonista. Che si dà ogni giorno con epicureismo, ironia e intelligenza, anche nel dolore, nella devastazione del corpo e nelle fitte all’anima: una battaglia, dura e senza paura.

Fino all’incoscienza: “Vaffanculo, non mi interessa”, alla dottoressa che si sforza di salvargli la vita. Scott ci apre la mente e il cuore di Ian, che nella relazione conflittuale con il Derek Jarman (David Dawson, bravo) che l’aveva diretto in - da lui stralciato se non rinnegato - Jubilee (1978) trova l’aleph emotivo. Non così disperato da spaventare il pubblico, piuttosto incline ad accaparrarselo senza (troppa) piaggeria, Elsinore – il castello del Nostro – è drammaturgicamente turrito, strutturalmente solido, con un bel ponte levatoio: venghino siori e siore, che con mestiere e tradizione, classicità artistica e sapienza commerciale si va per quel che Variety ha battezzato “an art-house crowd-pleaser”. Per la sporcizia, la crudezza, lo sconveniente, rivolgersi altrove.