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Ellen Burstyn in Flesh Impact
(Cinematografo/Adnkronos) – "Marilyn Monroe era una donna magica, anche solo a guardarla". Ellen Burstyn lo racconta con la calma di chi ha attraversato quasi settant’anni di cinema e ha incontrato, lungo il cammino, alcune delle sue figure più leggendarie. A 93 anni, l’attrice statunitense è arrivata al Lido di Venezia per ricevere il Leone d’oro alla carriera dell’83/a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica. Un riconoscimento che arriva al termine di una carriera costruita su ruoli diversissimi, dal cinema d’autore all’horror, e segnata da interpretazioni rimaste nella memoria: "L’ultimo spettacolo", "L’esorcista", "Alice non abita più qui", fino a "Interstellar".
A Venezia 83 Burstyn è anche Marilyn, o meglio ciò che di Marilyn il cinema non ha mai potuto mostrare: la donna invecchiata. È lei infatti a interpretare una versione anziana della diva in "Flesh Impact", il cortometraggio diretto da Maggie Gyllenhaal e dedicato a Monroe nel centenario della sua nascita. Nel film Dakota Johnson veste i panni di Marilyn all’apice della sua fama, mentre Burstyn ne restituisce un’immagine inedita, lontana dal mito della giovane star. Il titolo del cortometraggio prende spunto da un’espressione utilizzata per descrivere la presenza di Monroe sullo schermo: un’immagine talmente reale e luminosa da dare agli spettatori la sensazione di poterla quasi toccare. Nel cast ci sono anche Peter Sarsgaard e Sepideh Moafi. Burstyn ricorda di avere incontrato Monroe una sola volta, quasi di sfugguita. "Eravamo sedute nello stesso locale. Io sono rimasta incantata. Era una donna magica anche al solo sguardo". Monroe le fece un cenno con la testa. "Mi aveva riconosciuta, pur essendo io solo all’inizio della mia carriera". Un incontro brevissimo, rimasto però nella memoria. Anche perché, racconta Burstyn, in seguito il suo massaggiatore - che era stato anche quello di Monroe - le parlò più volte della diva morta all'età di 36 anni nella notte tra il 4 e il 5 agosto 1962 e del personaggio che aveva costruito intorno a sé. «"Monroe è stata l’attrice più famosa di tutti i tempi, anche e soprattutto dopo la sua morte. Ha creato il suo personaggio con intelligenza, trattando la sessualità e la sensualità con innocenza", sottolinea Burstyn.
E' un passaggio che porta naturalmente Ellen Burstyn a parlare delle donne nel cinema. E qui il tono si fa più politico. "Il ruolo delle donne a Hollywood è molto cambiato da quando ho iniziato la carriera. Agli inizi non c’erano donne dietro le telecamere e le donne erano solo attrici". Oggi, osserva, la situazione è profondamente diversa: "Finalmente siamo arrivati a un punto in cui le donne sul set sono quasi al 50% dei ruoli". Non è soltanto una questione di presenze. È cambiato anche il modo in cui le donne vengono raccontate. "Fino ai primi anni ’70 le sceneggiature erano piene di stereotipi femminili, con le donne rappresentate soprattutto come figure di sostegno agli uomini".
Burstyn sa bene cosa significhi trovarsi al centro di una storia. Nel 1971, con "L’ultimo spettacolo" di Peter Bogdanovich, arrivò uno dei momenti decisivi della sua carriera. Due anni più tardi William Friedkin la scelse per interpretare Chris MacNeil ne "L’esorcista". È il ruolo della madre di Regan, la bambina interpretata da Linda Blair, che sembra essere posseduta da una presenza demoniaca. Ma dietro l’orrore, nella lettura di Burstyn, c’è soprattutto una madre che lotta per salvare la propria figlia. "È stato un progetto difficile", ricorda. Friedkin, dice, "era un regista talentuoso ma avrebbe fatto di tutto per ottenere quello che voleva sul set". Il film le lasciò anche una conseguenza fisica: "Mi procurai un mal di schiena che mi è rimasto da allora". Ma il bilancio, nonostante tutto, è positivo. "È un film che poi è diventato fondamentale per il genere horror, rendendolo migliore".
Prima ancora del successo, però, c’è stata la formazione. Nel 1967 Burstyn cominciò a lavorare con Lee Strasberg all’Actor’s Studio, esperienza che avrebbe segnato profondamente il suo modo di intendere la recitazione. In seguito ne diventò insegnante e arrivò alla presidenza dell’istituzione. "Il lavoro con Lee ha cambiato la mia vita professionale. Ho sperimentato cose che non avrei mai pensato possibili. Con lui è iniziato un processo costante di crescita". Ai giovani attori lascia un consiglio che sembra quasi appartenere a un’altra epoca, ma che lei considera ancora essenziale: "Anche voi dovete trovare il vostro maestro".
Poi c’è Hollywood. Burstyn guarda all’industria con l’esperienza di chi ne ha conosciuto le trasformazioni e non nasconde una certa diffidenza nei confronti del sistema. "I registi talentuosi sono più fertili all’inizio della loro carriera. Quando sono stati inglobati dalla 'fabbrica degli hamburger', come io chiamo Hollywood, diventano bravi professionisti ma perdono energia e forza rispetto alle pressioni dell’industria cinematografica". Anche agli attori più giovani suggerisce di non affidarsi soltanto al proprio talento. Bisogna capire chi si ha davanti: "Dovete capire che cosa il regista con cui recitate è in grado di darvi. Guardate e ascoltate che cosa è in grado di offrirvi".
Al Lido, intanto, Burstyn presenta anche "Place To Be", fuori concorso nella sezione Venice Open. Al suo fianco c’è Taika Waititi, per un road movie diretto da Kornél Mundruczó che racconta l’amicizia inattesa tra una donna anziana e un uomo maturo. Un viaggio da Chicago a New York per restituire al legittimo proprietario Intruder, un piccione da gara smarrito. Una storia apparentemente lieve, che affida proprio all’incontro tra due persone lontane per età e temperamento la possibilità di raccontare qualcosa sull’ultima parte della vita. E quando le chiedono quale storia vorrebbe ancora portare sullo schermo, Burstyn guarda alla realtà. "Il mio Paese sta già offrendo non poco materiale che varrebbe la pena esplorare dal punto di vista politico e artistico".
Ma la sua preoccupazione più grande riguarda il futuro. "Oggi la tecnologia sta prendendo il sopravvento sugli esseri umani. La tecnologia sta conquistando il mondo". Non è, precisa, un rifiuto del progresso. Le possibilità "potrebbero essere fantastiche ma anche spaventose". La condizione, però, è una sola: "Vorrei che la tecnologia fosse sicura e rispettosa dell’essere umano".



