Come Moretti, come Caro diario, ma non proprio, ché la vespa – spoiler – a fine riprese gliela rubano pure. Già assistente di Nanni, legato anche per via paterna, Marco, Cosimo Messeri (MUN – Metti una notte nel 2028, il doc The One Man Beatles nel 2009) gioca al massacro autofiction e gira Il massacro, un ufo identificabile forse nel passato, ma non nel presente.
Elegante, snello ed elusivo, per silhouette e astrazione, se ne va per una Roma post remottiana e - anagramma - morettiana, dove apprensioni e appunti sono per via app(unto) di dating, e dove trovarsi non è un problema, ma il problema, sia di coppia, più o meno estemporanea, che di soggetto, spiccata o piccata individualità che sia.

In bianco e nero ovviamente esistenzialista, attico in affitto maternamente sostenuto, cinema e musica per bivio irrisolto, il regista e (anti)eroe fa di sospensione abbrivio, palesandosi tra fallimento e fallimento, fino a divenire egli stesso cinema, audio e video di cronaca personale e universale, con due amici produttori (Andrea Monteforte e Edoardo Scarantino) e produttivi per pungolo, il destino all’angolo e incontri, ricordi, vorrei ma non posso, potrei ma non voglio per bagaglio leggero.

La salvezza è à la carte, lo spleen a specchio, l’infarto a scomparsa, l’infermiera all’italiana, il massacro non Reza, ma resta, l'opzione di Terrazza, non di Scola o scuola, ma contenuta, non condonata, meno sociale, con una leonina ceramica in frantumi – hic sunt leones non è davvero il caso qui e ora – per spia che la monumentalità e l’artefatto non reggono.

Doc e confessione, excusatio non petita e genuino malessere, Messeri ci fa e ci è, forse viceversa, con la sottigliezza per farci pensare e la non stucchevolezza per non farsi pesare.

Via dalla pazza folla, con una bici per destriero, della vespa abbiamo detto, l’iterazione del femminile, con il letto confessionale di un post orgasmic chill senza, ehm, prescia e con qualche calore. Spicca Sarah Barberi, ma di più occhi, denti e mani dell’ostinata Dulcinea del Nostro, Ottavia Molinari, e anche il cane, e la sorella di Cosimo Maddalena, pur ritrosa.

Senza droga e senza alcool, vivere nel mondo e sopravvivere a sé stessi è difficile, ma Messeri tutto sommato ne fa una cosa facile. Ma non si poteva intitolare Cara app o, meglio sull’eredità morettiana, Caro Dating?

PS: il verbo fare in questa recensione è stato assai usato, iterato, non sinonimizzato, e che ci vogliamo fare?

PS2: Pur chiamandosi Il massacro, Cosimo Messeri NON è Cosima (Serrano in) Misseri.

Ps3: Il film è autofiction, e nella crasi, credo, fiction prevalga, badate.