PHOTO
Disclosure Day © Universal Studios. All Rights Reserved.
Per provare ad esplorare da un altro punto di vista il nuovo film di Steven Spielberg, Disclosure Day, abbiamo incontrato Amedeo Balbi, astrofisico, divulgatore scientifico e saggista.
Quali emozioni suscita Disclosure Day in uno spettatore che è abituato a guardare il cielo in un altro modo, e leggendovi altri segni?
Pur partendo dal presupposto che si tratta di un’opera di fantasia e di fantascienza, che va quindi giudicata in quanto tale, il film ha una prospettiva nei confronti della ricerca di vita intelligente nell’universo che definirei piuttosto parziale, in quanto essenzialmente circoscritta alla questione dei presunti avvistamenti di quelli che una volta venivano chiamati UFO (Unidentified Flying Objects), e che adesso invece si chiamano con la sigla UAP (Unidentified Anomalous Phenomenon), ovvero l’idea che la Terra sia visitata da mezzi spaziali provenienti da altri pianeti. Il punto di vista del film di Spielberg sulla vita intelligente nell’universo è sostanzialmente circoscritto a questo tipo di fenomeni, che però, dal punto di vista della ricerca astrofisica, non hanno un interesse particolare, perché non si ritiene vi siano fino a questo momento evidenze che si tratti di qualcosa che possa avere una provenienza esterna al nostro pianeta e che possa quindi effettivamente dirci qualcosa sul problema della vita intelligente nell’universo. La domanda che il film si pone, e che molti di noi si pongono, ovvero se siamo soli nell’universo, è invece una domanda che ha un interesse scientifico molto forte e che la scienza investiga, ma con i mezzi dell’astronomia e con l’osservazione a distanza di altri pianeti, nella speranza che questo possa fornirci delle prove e delle evidenze scientifiche.
Ha usato la parola “circoscritto” a proposito del punto di vista del film, quasi a voler sottolineare un limite dell’immaginazione: forse l’attesa può essere addirittura maggiore rispetto a ciò che il film ci mostra?
Sì, perché questo tipo di racconto fantastico – ed è normale e giusto che sia così – parla in fondo di noi, piuttosto che di quello che c’è al di fuori e va oltre noi. In questo senso anche la rappresentazione dell’intelligenza aliena, nel film di Spielberg così come in altre opere di fantasia, non è altro che una proiezione delle nostre aspettative e delle nostre speranze: una sorta di ancora, di scialuppa di salvataggio, di possibilità di redenzione per l’umanità, a volte anche con dei sottotesti religiosi (nel film si tocca anche questo aspetto, anche se in maniera molto implicita). Forse le cose potrebbero essere più misteriose, più complicate, assai diverse e veramente aliene rispetto alle nostre aspettative.
[...]
I due personaggi che nel film hanno un contatto con gli alieni possiedono una sorta di maggiore empatia, la capacità di dire ad un altro essere umano: “non sei solo, ti vedo, ti capisco, ti comprendo”. Mi pare un’esigenza profondamente umana, piuttosto che una scoperta.
Assolutamente sì. È una delle cose a cui mi riferivo quando pensavo all’alieno come una proiezione delle nostre aspettative e del nostro desiderio di trovare qualcuno che ci capisca e ci faccia sentire meno soli. Questa ricerca di altre forme di intelligenza fuori dalla terra è un modo per colmare una sorta di vuoto e di solitudine esistenziale. Questo è assolutamente comprensibile, soprattutto in un’opera di fantasia, narrativa o cinematografica, in cui si parla direttamente a noi esseri umani e alle nostre emozioni, ma trascura il fatto che la nostra capacità di empatia è legata anche al modo in cui siamo fatti e al modo in cui riusciamo a comprenderci fra noi, e non è affatto scontato che questa comprensione possa essere estesa ad altre forme di vita intelligenti che possano eventualmente esistere fuori dalla Terra. Ci aspettiamo magari che siano molto più simili a noi e molto più in grado di comprenderci e di comunicare con noi di quanto possa essere lecito attendersi sulla base di quello che conosciamo. D’altra parte, anche sulla Terra, se pensiamo ad altre specie viventi sul nostro pianeta – che pure sono apparentate con noi in maniera molto forte perché tutta la vita sulla Terra è sostanzialmente apparentata – difficilmente riusciamo a stabilire un contatto così diretto o empatico, o riusciamo a comunicare in maniera così chiara. Immaginare di poterlo fare anche con esseri che si sono evoluti in ambienti e contesti completamente diversi è abbastanza difficile da immaginare.
[...]


L'astrofisico, divulgatore scientifico e saggista Amedeo Balbi
L’intervista integrale sarà sul prossimo numero della Rivista del Cinematografo (6-7), disponibile dall’1 luglio. Puoi acquistarla in digitale o abbonarti per non perdere neanche un’uscita.


