C’è qualcosa di più basilare, in un racconto, del segreto? Uno dei più grandi cineasti viventi ci ha costruito una carriera intera. E adesso, a 79 anni, ne fa addirittura l’oggetto esplicito del suo nuovo film. Che pure, da titolo, è l’esatto opposto del segreto: Disclosure Day. Il giorno della rivelazione.

Accenti escatologici a parte, il termine è ormai entrato nel tradizionale idioletto americano per significare soprattutto una cosa: alieni. Presenze extraterrestri, avvistamenti, dossier coperti, apparati federali, agenzie ombra, insabbiamenti. C’è un documentario recente, The Age of Disclosure, che racconta bene questa ossessione americana per le visite extraterrestri sul nostro pianeta e per ciò che le varie amministrazioni degli Stati Uniti avrebbero tenuto nascosto per decenni. I famosi X-files, che hanno fatto la fortuna dell’omonima serie anni Novanta. E poi Roswell, naturalmente. I ritrovamenti, veri o presunti, di navi spaziali. Le teorie secondo cui una parte della supremazia militare e tecnologica americana deriverebbe proprio da quel contatto originario con un sapere non umano.

Disclosure Day (2026) © Universal Studios. All Rights Reserved.
Disclosure Day (2026) © Universal Studios. All Rights Reserved.
Emily Blunt in DISCLOSURE DAY, directed by Steven Spielberg.

Già qui c’è un primo indizio del perché Steven Spielberg, da sempre affascinato dagli extraterrestri, al punto da averne fatto uno dei nuclei più riconoscibili del proprio immaginario, si sia convinto a tornare sul tema. Dopo Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977), E.T. l’extra-terrestre (1982) e La guerra dei mondi (2005), Disclosure Day (2026) è il suo quarto grande film alieno. Ma sarebbe riduttivo considerarlo solo un ritorno alla fantascienza. In parte perché non si smette mai di trovare un’angolatura nuova su un’ossessione antica. In parte perché, stavolta, il film è quasi tutto terrestre, umano, interno. Se c’è traccia degli extraterrestri, la dobbiamo soprattutto a immagini trafugate, video sottratti. E immaginari di risulta.

Disclosure Day (2026) © Universal Studios. All Rights Reserved.
Disclosure Day (2026) © Universal Studios. All Rights Reserved.
Josh O'Connor in DISCLOSURE DAY, directed by Steven Spielberg.

Daniel Kellner, interpretato da Josh O’Connor, è un esperto di cybersecurity che ha tradito l’organizzazione federale che gli aveva dato un’opportunità. Vuole rivelare al mondo ciò che ha visto e che nessuno avrebbe dovuto vedere. Prove raccolte in quasi ottant’anni di storia segreta, dal 1947 di Roswell in avanti. UFO, contatti, ritrovamenti, detenzioni, rapimenti di alieni - non da alieni -, esperimenti, interrogatori, torture. Piccoli esseri indifesi, scavati, quasi rinsecchiti. E qui non siamo più soltanto nella fantascienza, ma in un momento di potente e allusivo sfarfallio di umanissima Storia. Impossibile non pensare ai corpi scheletrici della Shoah, che Spielberg stesso ha filmato in Schindler’s List (1993). Come se l’alieno, ancora una volta, non venisse da fuori, ma ci costringesse a guardare dentro.

Disclosure Day (2026) © Universal Studios. All Rights Reserved.
Disclosure Day (2026) © Universal Studios. All Rights Reserved.
Colman Domingo in DISCLOSURE DAY, directed by Steven Spielberg.

Perché riprendere questo tema? L’uomo ha ancora bisogno di un segreto che venga rivelato. Di una verità che lo trascenda e gli dia senso. Che lo faccia sentire meno terragno e più celeste. Meno verme, più angelo. Disclosure Day è l’invito a riconsiderare la realtà. Il film riflette un’ansia messianica fortissima. È pieno di figure guida, di leader spirituali: Hugo Wakefield (Colman Domingo), la suora (Elizabeth Marvel), perfino, in negativo, Noah Scanlon (Colin Firth). E poi ci sono i vicari, i messaggeri. Adamo ed Eva, ancora una volta: i primi uomini, o gli uomini di una scena primaria che Spielberg ripeterà nel finale, spalancata oltre la porta delle nostre abitudini. Come quella aperta dal bambino in Incontri ravvicinati del terzo tipo.

Disclosure Day (2026) © Universal Studios. All Rights Reserved.
Disclosure Day (2026) © Universal Studios. All Rights Reserved.
L to R: Emily Blunt is Margaret Fairchild and Josh O'Connor is Dr. Daniel Kellner in DISCLOSURE DAY, directed by Steven Spielberg.

Sono sempre stati loro, annuncia Hugo. Margaret Fairchild, interpretata da Emily Blunt, è una meteorologa ed ex giornalista. Annuncia a suo modo i segreti del cielo: perturbazioni, pressioni, correnti, modelli previsionali. Daniel, invece, è un estrattore. Una specie di archeologo alla Indiana Jones, solo che non dissotterra arche perdute, templi nascosti o rovine antiche, ma informazioni dai terreni ricchi di tesori del nostro tempo: i computer. Sono figure speculari e insieme duali. Lei è la messaggera di un’entità ultraterrena che però lavora con modelli matematici e predittivi. Lui è il matematico fulminato sulla via di Damasco, il tecnico convertito a una missione religiosa. Lei guarda il cielo per mestiere. Lui scava nel sottosuolo invisibile dei dati. Entrambi, a modo loro, cercano segni.

Disclosure Day (2026) © Universal Studios. All Rights Reserved.
Disclosure Day (2026) © Universal Studios. All Rights Reserved.
Eve Hewson (second from left) in DISCLOSURE DAY, directed by Steven Spielberg.

Accanto a Daniel, in questo film di doppi – perché doppia è la struttura stessa del segreto -, c’è Jane Blankenship (Eve Hewson), un’ex novizia che non si è fatta suora non perché abbia smarrito la fede in Dio, ma perché ha smarrito la fede negli uomini. È il nostro punto di vista nel film, Jane. La personificazione del dubbio, la tempra spirituale, la fragilità psicologica. Con lei Disclosure Day ingaggia una dialettica interna meno antagonista di quella principale. Perché rivelare non significa automaticamente salvare. Sapere non significa necessariamente capire. C’è una differenza enorme. E la verità cos’è? Qualcosa di posseduto o di condiviso? Un potere da esercitare o una conversione da attuare?

Disclosure Day (2026) © Universal Studios. All Rights Reserved.
Disclosure Day (2026) © Universal Studios. All Rights Reserved.
DISCLOSURE DAY, directed by Steven Spielberg.

In tutto questo non manca la classica autoreferenzialità americana. L’America ha avuto il dono, la conoscenza, il fuoco di Prometeo. Lo ha usato male, contravvenendo alla sua missione/elezione. Qui Spielberg si muove tra due poli che appartengono da sempre al suo cinema: da una parte l’innocenza americana, la fiducia quasi cieca nella possibilità di riparare il mondo; dall’altra la consapevolezza della colpa, dell’abuso, del potere che usa la verità per trasformarla in strumento di dominio. È il medesimo movimento che attraversava, in forme diverse, Lincoln (2012), Il ponte delle spie (2015), The Post (2017), ma anche Minority Report (2002).

Steven Spielberg sul set di Disclosure Day (2026) © Universal Studios. All Rights Reserved.
Steven Spielberg sul set di Disclosure Day (2026) © Universal Studios. All Rights Reserved.
L to R: Emily Blunt, Director Steven Spielberg, and Wyatt Russell on the set of DISCLOSURE DAY, directed by Steven Spielberg.

Disclosure Day funziona dicevamo come lavoro archeologico. È fatto a strati. C’è il primo livello, quello dell’avventura: la fuga, i buoni e i cattivi, la tensione crescente, l’adrenalina action come il rocambolesco salto sul treno. C’è poi il secondo livello: il tema dell’alieno e la metafora religiosa della rivelazione. Non passa soltanto attraverso la vista. La vista può ingannare (come quando i personaggi diventano invisibili durante un tentativo di fuga). Lo dice la nostra epoca, in cui la veridicità delle immagini può essere messa in dubbio perché tutto può essere generato, contraffatto, manipolato. Spielberg, che è stato forse il grande regista americano dello sguardo meravigliato, è il primo a sapere che oggi l’immagine non basta più.

© Universal Studios. All Rights Reserved.
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DISCLOSURE DAY, directed by Steven Spielberg.

E allora torna l’udito. Torna il suono. Come in Incontri ravvicinati del terzo tipo, dove un giro di note era la possibilità che l’impossibile accadesse, anche qui la conclusione è affidata al verbo più semplice e più misterioso: “Listen”. Ascolta. Non basta vedere. Ascolta. Il latino auscultare è tendere (l’orecchio), prestare attenzione, disporsi a ricevere. Vedere ci mette davanti a qualcosa; ascoltare ci mette in relazione con qualcuno.

In Disclosure Day, e in tutto il cinema di Spielberg, il mistero non è l’opposto del rivelato. È una sua componente. Non è tara epistemologica (il socratico so di non sapere) né condizione ontologica. Non siamo fatti di mistero. Spielberg crede che esista una verità già promessa, già inscritta nel mondo, ma che bisogna ogni volta lottare contro chi cerca di camuffarla, occultarla, pervertirla. La verità è che siamo migliori di quello che ci impegniamo a non essere. Saremmo capaci, se solo lo volessimo, di grandi prodigi. Sono i prodigi dell’empatia, la tecnologia più potente costruita dall’uomo. Insieme, certo, a tutte le altre opere di ingegneria.

© Universal Studios. All Rights Reserved.
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L to R: Josh O'Connor and Emily Blunt in DISCLOSURE DAY, directed by Steven Spielberg.

È molto spielberghiana questa coesistenza tra prodigio tecnico e meraviglia. Il miracolo, nel suo cinema, è laico, matematico, ottico, musicale. Il divino sta su un gradino ulteriore. Lasciamolo lì. È il senso del discorso della suora a Jane: Dio resta oltre. Ma gli siamo più vicini se abbiamo gli alieni, le astronavi, i macchinari, gli schermi, i dispositivi. Il cinema.

Tornare alla scena primaria, la cameretta da bambino dove tutto, la prima volta, è accaduto. Dopo The Fabelmans (2022), sappiamo che cosa è successo in quella stanza, quale rapimento, quale vocazione. Megalomane? Ma Spielberg vale la propria megalomania! E mantiene l’occhio ad altezza d’uomo.

Questo è risolto cinematograficamente nel continuo gioco di sguardi con cui Margaret sembra ipnotizzare i suoi interlocutori, anche i più malintenzionati, facendo vedere loro cose che forse non ci sono. O meglio: cose che sono profondamente dentro di loro, al punto da ammaliarli, disarmarli, convertirli. Non siamo lontani dal bambino di E.T. l’extra-terrestre, dalla bambina di Jurassic Park (1993), dal figlio perduto di A.I. Intelligenza artificiale (2001), dai padri e dai figli di Incontri ravvicinati del terzo tipo e La guerra dei mondi. Spielberg ha sempre filmato l’incontro con l’altro come un trauma della percezione. Qualcosa che spaventa perché allarga il mondo.

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Josh O'Connor is Dr. Daniel Kellner and Eve Hewson is Jane Blankenship in DISCLOSURE DAY, directed by Steven Spielberg.

In questa apologia del vedere - ma di un vedere che deve tornare ad ascoltare -, Spielberg ci fa rivedere la scena primaria del suo cinema. L’origine di tutti i suoi sogni e desideri. La favola. “Il mio amore un dì verrà”, canticchia la piccola Margaret di dieci anni (ma è il regista che canta, lo sappiamo). È lui che usa ancora il diaframma della fantasia, gli animali, le luci, i suoni, le creature, per dire e far vedere altro. Fino al grande finale, in cui rimette in scena, scongelato ma inevitabilmente invecchiato, il fantasma di E.T. l’extra-terrestre. Bellissima inversione di destini: i bambini - ed E.T., in fondo, lo era - non possono che diventare adulti (e sta qui il trauma); ma gli adulti non possono, o almeno non dovrebbero, smettere di tornare bambini.

© Universal Studios. All Rights Reserved.
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DISCLOSURE DAY, directed by Steven Spielberg.

È la sublimazione di un film in cui non tutto gira come si vorrebbe. Anche gli effetti digitali sembrano talvolta più poveri della media, o è il trucco che è esibito (“dammi un po’ di trucco” richiederà alla fine Margaret), quasi a ricordarci che la meraviglia non nasce dalla perfezione dell’illusione, bensì dal patto con essa. Dramma e commedia non si alternano, nel cinema di Spielberg sono la stessa cosa. La vita che inciampa mentre cerca il sublime. La bravura degli interpreti non elude la necessità dei loro personaggi. Eppure Disclosure Day conserva il fascino semplice delle cose complesse e la magica complessità delle cose semplici. Forse il segreto dei segreti è che se nascondono davvero qualcosa, quel qualcosa non appartiene a chi li nasconde. Appartiene a tutti. L’ecumenismo spielberghiano. Il cui messaggio nello specifico vale più per la condivisione che per il contenuto. E del resto il grande regista americano non si premura ancora di dirlo né saremmo stati noi capaci di accettarlo.
Non vogliamo un finale. Ma qualcuno che ci dica che c’è, da qualche parte, pronto per essere svelato. E quel qualcuno lo conosciamo già. È ancora lui, Steven Spielberg.