Prima o poi anche il cinema italiano si sveglierà e capirà che il nostro Nashville è proprio lì, pronto per essere raccontato. Forse la Liguria non è il Tennessee, ma Sanremo – e cosa altrimenti? – non solo si spalma ufficialmente per cinque giorni come il festival country del capolavoro di Robert Altman, ma è anche quintessenza di un Paese, specchio delle sue passioni e delle sue contraddizioni, termometro politico e culturale, grande romanzo popolare. Qualcuno ci ha provato, perché negarlo, ma Gole ruggenti (uscito nel 1992, anno in cui la co-sceneggiatrice Carla Vistarini fu autrice della kermesse, all’epoca diretta e condotta da Pippo Baudo) ci ricorda, dovessimo dimenticarlo, che Pier Francesco Pingitore non è Altman.

E però quando, tutti gli anni una volta all’anno, il sistema mediatico italiano si fa divorare dal nostro evento più nazionalpopolare, ecco che l’evidenza si fa ancora più lampante: quanto è distante il nostro cinema dalla cultura popolare? Quanto è incapace di trasfigurare il lessico, le immagini, i suoni della televisione? Quanta paura e quanta diffidenza – da parte dei nostri autori, s’intende – nel non volersi avvicinare a qualcosa di così potente e cannibale, nel non considerare nemmeno la sfida di lanciare lo sguardo oltre l’ostacolo?

Gole ruggenti
Gole ruggenti

Gole ruggenti

Dentro Sanremo, d’altronde, c’è tutto: le storie degli artisti e le ansie degli organizzatori, i retroscena e i colpi di scena, le follie dei fan e le disavventure degli entourage, la provincia e le major, le canzoni e i melodrammi, gli eccessi e i tradimenti. Materiale per una serie o un film, fate voi, che non aspetta altro che qualcuno in grado di prenderlo in mano e farne qualcosa che non sia né cronaca né reel, né gossip né pasticcio.

E pensare che, leggendo l’elenco dei partecipanti della 76a edizione, ci sono figure che hanno masticato un po’ di cinema o giù di lì. Ci sono cantanti che hanno recitato, da Leo Gassmann della stirpe reale ma anche i più occasionali Levante (la recente fiction L’invisibile – La cattura di Matteo Messina Denaro), Arisa (da Tutta colpa della musica a Nove lune e mezza) J-Ax (Senza filtro), Malika Ayane (Tutti i rumori del mare), Serena Brancale (Mio cognato), Michele Bravi (Amanda e Finalmente l’alba), Ditonellapiaga (nel nuovo Notte prima degli esami) e perfino Luchè (il cameo in La grazia); c’è uno che ha scritto e diretto un film ovvero Tommaso Paradiso (il non memorabile Sulle nuvole); e c’è una diva, l’eterna Patty Pravo, la cui voce accompagna molti film da più di mezzo secolo (quanti film con le sue canzoni?). E tacciamo su attori e attrici per le co-conduzioni, camei per la serata delle cover e talent in promozione (non è che ogni anno può esserci un Checco Zalone ad alzare il tono dello show).

Ma, in quest’epoca post-tutto che tutto contamina e mischia, in cui chi canta si costruisce carriere parallele (Elodie ne è il caso più emblematico ma anche Margherita Vicario, Emma e Giorgia), il paradosso è proprio nell’incapacità di Sanremo di farsi altro da sé e di immaginarsi attraverso una lente che non sia quella della televisione. Eppure, in un passato molto remoto, qualcuno ci ha provato.

Arisa al 64° Festival della Canzone italiana ©fotostore
Arisa al 64° Festival della Canzone italiana ©fotostore
Sanremo 18-22 febbraio 2014 64° Festival della Canzone italiana ©fotostore (Fotostore)

Un grande fenomeno di costume

Quando voleva – e sapeva – essere specchio del costume, il cinema italiano riusciva a intercettare, sfruttare, esaltare, canzonare, celebrare quei fenomeni popolari capaci di infiammare le masse. Parliamo dell’Italia del dopoguerra e di un sistema sì fragile ma eccitato, vivace, in pieno fermento, con produttori rampanti e scafati che capirono l’importanza di mettere in relazione il cinema di cassetta con gli eventi legati allo spettacolo, allo sport, alla mondanità che dilagavano in tutto il Paese. Così nacquero film molto diversi tra loro, tutti caratterizzati dall’entusiasmo innescato dalla ricostruzione e dalla leggerezza tipica di una stagione di rinascita.

Il concorso di bellezza più celebre, Miss Italia, offrì un nuovo divismo (Silvana Pampanini, Silvana Mangano, Gina Lollobrigida, Sophia Loren, Lucia Bosè) e un film eponimo a metà tra dramedy e noir. Centrali i grandi eventi sportivi, dal Giro d’Italia con Totò alle farse sul calcio (L’inafferrabile 12, prodotto dalla famiglia Agnelli che mise a disposizione il marchio Juventus) La rivista fu scenario di due pietre miliari (Luci del varietà e Vita da cani), canovaccio per commediole e antologie autocelebrative. Sul sogno del cinema ecco Bellissima ma anche piccole cose dimenticate (Il viale della speranza), sull’esplosione della televisione gli instant Totò lascia o raddoppia e Domenica è sempre domenica.

Ma un discorso a parte lo merita la musica: Napoli è sempre una certezza, con le canzoni che si trasformano in film (Zappatore, Carcerato, Luna rossa, Core ‘ngrato, Lazzarella, Guaglione), ma vengono trasposte in pellicola anche le hit radiofoniche (I cadetti di Guascogna, Solo per te Lucia, gli antologici Canzoni di mezzo secolo e Canzoni, canzoni, canzoni che anticipano i videoclip) mentre la commedia Bellezze in bicicletta traina l’omonimo brano e il mélo Anna lancia il successone El negro zumbon.

Nilla Pizzi in 10 canzoni d'amore da salvare (Webphoto)
Nilla Pizzi in 10 canzoni d'amore da salvare (Webphoto)

Nilla Pizzi in 10 canzoni d'amore da salvare (Webphoto)

Quando, nel 1951, nasce il Festival di Sanremo, il cinema ci mette poco tempo ad assimilare la novità. Se ne serve anzitutto come serbatoio di potenziale star system transmediale: si tenta di imporre Nilla Pizzi come attrice con Ci troviamo in galleria, sorta di A Star Is Born a lieto fine; si consacra lo statuto divistico di Claudio Villa, già apparso in qualche film ma che dopo la vittoria al Festival nel ’55 partecipa ad almeno venti produzioni in cinque anni; si consolidano le carriere tra musica e recitazione di Achille Togliani e Nunzio Gallo.

Le canzoni di Sanremo si traducono in film: Papaveri e papere di Nilla Pizzi (secondo posto nel ’52), satira sul potere democristiano, fa da base per una parodia di Dottor Jekyll e Mr. Hyde nello strepitoso Lo sai che i papaveri di Metz & Marchesi, a Una donna prega del ’53, sempre della Pizzi, si ispira il melodramma omonimo, così come dalla vincitrice del ’55 arriva il perentorio Cantami “Buongiorno tristezza”.

Nel ’59 esce Nel blu dipinto di blu, scritto da Piero Tellini, Ettore Scola e Cesare Zavattini a partire dal caposaldo dell’anno prima che ha trionfato a Sanremo e alla prima edizione dei Grammy Awards in America. Protagonista del film è lo stesso autore e interprete della canzone, Domenico Modugno, figura davvero unica nello spettacolo italiano, padre dei cantautori moderni ma anche diplomato al Centro Sperimentale.

Vittorio De Sica e Domenico Modugno in Nel blu dipinto di blu (Webphoto)
Vittorio De Sica e Domenico Modugno in Nel blu dipinto di blu (Webphoto)

Vittorio De Sica e Domenico Modugno in Nel blu dipinto di blu (Webphoto)

Divismo popolare e immaginario collettivo

Ma la cosa davvero interessante è come il cinema si serve di Sanremo per raccontarlo con un punto di vista inedito. Fino alla metà degli anni Cinquanta, il Festival è un’esperienza soprattutto radiofonica: nel ’55 la televisione trasmette la finale in seconda serata, dal ’56 vanno in onda tutte le serate ma sempre dopo le 22 con l’ultima che approda alle 21:30 solo nel ’63. A dare un volto alle voci sono le riviste e i cinegiornali, quindi il cinema capisce di essere uno strumento indispensabile per conferire agli interpreti quell’aura divistica che in quel periodo solo il grande schermo può garantire.

Nel ’56, Domenico Paolella, specialista degli zibaldoni musicali, dirige San Remo (sic) canta, un reportage del Festival che mette insieme esibizioni pubbliche ed episodi dietro le quinte, un film che oggi vale soprattutto come testimonianza del tempo. Tre anni dopo lo stesso Paolella ci riprova con Destinazione Sanremo, in cui una comitiva di appassionati, diretta in treno verso la riviera ligure, viene bloccata da una valanga e costretta a seguire il Festival da un paese di montagna. La cornice è quella di una bonaria commedia rosa, ma il contenuto è soprattutto documentaristico, con i filmati delle esibizioni musicali della rassegna (è l’anno in cui vincono Modugno e Johnny Dorelli, futuro attore, con Piove cioè Ciao, ciao bambina).

Adriano Celentano e Mina (Webphoto)
Adriano Celentano e Mina (Webphoto)

Adriano Celentano e Mina (Webphoto)

Un anno dopo è l’irregolare Piero Vivarelli a realizzare Sanremo – La grande sfida, concettualmente simile a Destinazione Sanremo: sketch comici alternati a pezzi del Festival del ’60, che vede in gara, tra gli altri, Modugno, Mina, Adriano Celentano, Renato Rascel, Tony Dallara. Il film si ritrova a fotografare il progressivo avvicinamento del Festival, culla della melodia, ai nuovi ritmi degli urlatori, già messi in scena nelle commedie giovanili Juke box – Urli d’amore, I Teddy boys della canzone e soprattutto Urlatori alla sbarra, perla di Lucio Fulci.

Con l’arrivo degli anni Sessanta, le canzoni di Sanremo continuano a offrire materiale per il cinema: Vivarelli inserisce le hit festivaliere 24.000 baci, Le mille bolle blu e Un uomo vivo in Io bacio… tu baci, veicolo per il divismo cinematografico di Mina. Ettore Maria Fizzarotti inaugura il filone dei musicarelli con Una lacrima sul viso (vincitrice morale nel ’64), chiamando Bobby Solo come protagonista, e segue lo stesso metodo per l’adattamento Nessuno mi può giudicare, classico beat con cui Caterina Caselli (che quest’anno riceverà il premio alla carriera) conquista il secondo posto nel ’66. Anno in cui vince Dio, come ti amo!, interpretata da Modugno e Gigliola Cinquetti, scelta come attrice del film italo-spagnolo tratto dalla canzone. Tre brani del ’67 vengono adattati per il cinema: Quando dico che ti amo, Cuore matto, L’immensità (La ragazza del Paip’s). Chiude il decennio Zingara, vincitrice del ’69, che diventa musicarello con Loretta Goggi.

Caterina Caselli - Foto Karen Di Paola
Caterina Caselli - Foto Karen Di Paola
Caterina Caselli - Foto Karen Di Paola

Ma Sanremo lancia soprattutto canzoni, a volte memorabili, che vengono subito inserite in film spesso di successo: Quando, quando, quando, destinata a diventare hit mondiale, viene inserita nell’impressionante colonna sonora de Il sorpasso; Addio… addio di Modugno e Villa, vincitrice del ’62, si sente nel finale dell’opera prima di Bernardo Bertolucci, il pasoliniano La commare secca (PPP era un ammiratore di Villa, figlio del popolo); Io che non vivo, passata inosservata al Festival del ‘65, prima di trovare il successo internazionale viene scelta da Luchino Visconti per Vaghe stelle dell’Orsa.

Sognando il nostro Nashville

Con la fine degli anni Sessanta, il rapporto tra Sanremo e il cinema italiano si arena. Il Festival entra in una crisi profonda e si riprende solo all’inizio degli anni Ottanta, periodo in cui è il sistema cinematografico a perdere centralità nelle abitudini e nei desideri del pubblico. Fintantoché Sanremo era oggetto di dibattito, focolaio di passioni e specchio del costume, il cinema se ne interessava, ne sfruttava il potenziale popolare, officiava l’unione popolare tra una kermesse che non ha eguali al mondo (a parte il cileno Festival di Viña del Mar) e un sistema capace di assorbire, mediare e restituire il fenomeno incastonandolo nell’immaginario collettivo.

Ci sono alcuni casi isolati da segnalare: nel ’79, Maschio, femmina, fiore, frutto cerca di cavalcare il successo di Anna Oxa, sconosciuta esplosa al Festival un anno prima con Un’emozione da poco; in FF.SS., una follia di Renzo Arbore dell’83, vediamo Roberto Benigni sul palco di Sanremo (notevole cortocircuito tra realtà e finzione).

Roberto Benigni in FF.SS. cioè... che mi hai portato a fare sopra a Posillipo se non mi vuoi più bene? (Webphoto)
Roberto Benigni in FF.SS. cioè... che mi hai portato a fare sopra a Posillipo se non mi vuoi più bene? (Webphoto)

Roberto Benigni in FF.SS. cioè... che mi hai portato a fare sopra a Posillipo se non mi vuoi più bene? (Webphoto)

Ormai Sanremo è qualcosa che basta a se stesso, un evento ciclicamente dato per spacciato e che, come un’araba fenice, risorge ogni volta più forte di prima. Una festa ecumenica che, a differenza del cinema sempre più arroccato nel suo mondo chiuso, rincorre l’ambizione di essere il più inclusiva e larga possibile. Senza pretendere un ritorno degli anacronistici musicarelli o ennesimi sfruttamenti dei brani nei film, oggi il cinema si serve di Sanremo soprattutto in quanto repertorio di canzoni, capace di evocare un’identità precisa e un tempo perduto, ma non sa sfruttarne la potenzialità di dispositivo nostalgico.

Eppure Sanremo è un serbatoio di storie che aspetta solo di essere sfruttato al meglio: lo dimostrano i tv movie Volare su Modugno, Io sono Mia su Martini, La bambina che non voleva cantare su Nada, Champagne su Peppino Di Capri, ma anche operazioni più anomale come lo speciale Sanremo dei Ferragnez (praticamente un elemento giudiziario) o il documentario su Lucio Corsi, rivelazione della scorsa edizione. Sono operazioni molto immediate e “facili” ma di grande valore popolare, e però ci si chiede com’è possibile che a nessuno sia venuto in mente di scrivere un film su ciò che accadde la notte del suicidio di Luigi Tenco, spartiacque della storia del Festival.