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Il deserto dei Tartari
Aveva cinquantasei anni, Valerio Zurlini, quando il 29 ottobre 1982 fu stroncato da un’emorragia gastroenterica dovuta alla cirrosi epatica di cui soffriva. È uno dei grandi fantasmi del nostro cinema, ciclicamente evocato tra i sottovalutati a cui, tuttavia, il tempo sta giocando a favore. E non solo per un’opera ancora capace di interrogare le nostre inquietudini con spirito quietamente sovversivo (un paradosso di cui ha ben parlato Antonio Capocasale), giacché il fascino di questo regista, spesso comodamente etichettato tra i raffinati o decadenti calligrafici, risiede anche nel buco nero dei progetti non realizzati (o fatti da altri, come Guendalina e Il giardino dei Finzi Contini).
Le immagini perdute, come nel documentario che Adolfo Conti ha tratto dall’omonima autobiografia del regista, le Pagine di un diario veneziano – così il sottotitolo – scritte nei mesi precedenti alla morte. Progetti antichi, come Lo scialo dal romanzo di Vasco Pratolini (che firmò la prefazione del memoir) e La zattera della Medusa (datato 1969, ispirato a un celebre naufragio del 1816 tra follia, lotte e cannibalismo), ma anche Verso Damasco sull’indagine condotta da San Paolo di Tarso sulla presunta sparizione del corpo di Cristo, Di là dal fiume e tra gli alberi da Hemingway e Il sole nero sul boia di Albenga (già collaborazionista nazista, poi femminicida). Tutte storie che incrociano le grandi tematiche del suo cinema, dalla solitudine di fronte al destino fino alla violenza della storia passando per il rimpianto per qualcosa che è finito e mai più tornerà.


Valerio Zurlini
(Cinecittà Luce/Webphoto)Tra l’ultimo film di Zurlini e la sua morte trascorsero ben sei anni, periodo in cui insegnò al Centro Sperimentale e diresse il doppiaggio di alcuni film, per esempio Il cacciatore. Zurlini, d’altronde, fu regista poco prolifico suo malgrado, slegato da produttori che non erano interessati ad accompagnarlo in una carriera fuori dagli schemi: tra Cronaca familiare (che vinse il Leone d’Oro nel 1962) e Le soldatesse (1965) passarono tre anni, altri tre prima di Seduto alla sua destra (1968), un anno dopo concluse Come quando perché del compianto Antonio Pietrangeli, ma dovette aspettare il 1972 per La prima notte di quiete. Il suo involontario commiato è, appunto, del 1976: Il deserto dei Tartari, dal romanzo di Dino Buzzati, che uscì nelle sale italiane il 29 ottobre di cinquant’anni fa.
Il senso di Zurlini per Buzzati
Perché a Zurlini interessa questo romanzo? Tutti i suoi personaggi, compresi quelli dell’ultimo film, sono sconfitti ma non vinti dalla vita e rifiutano di credere alla promessa di una speranza che tale non è. Ma è lui stesso a spiegarci il motivo della trasposizione: “Nei miei otto film c’è un tema minore – quello di Buzzati – che è contenuto nel tema maggiore. Vivere la vita non ha altro fine che lasciarla passare e la morte è l'unica giustificazione. Io arrivo alla morte in tre dei miei film, Cronaca familiare, Seduto alla sua destra, La prima notte di quiete, con lo stesso significato che in Buzzati: la morte è la ragione della fine dei sentimenti. La validità di un sentimento non esiste, la validità di un’illusione non esiste, non c’è idealismo che tenga, non c’è nulla che sia al di fuori dell’amara sopravvivenza. È inutile amarsi perché amarsi implica l’infelicità, è inutile credere in qualcuno, perché ci deluderà”.


Giuliano Gemma e Jacques Perrin in Il deserto dei Tartari
E se Zurlini riuscì laddove in molti fallirono – un adattamento impossibile: ci provarono Michelangelo Antonioni, Miklós Jancsó, Vittorio Gassman, Mauro Morassi e Franco Brusati – fu grazie all’intervento di Jacques Perrin. Attore che, a vent’anni, trovò in Zurlini un regista cruciale, che gli regalò due ruoli memorabili come giovane innamorato di La ragazza con la valigia (1961) e fratello morituro in Cronaca familiare. E che, ormai trentacinquenne, era già fondamentale uomo-chiave del cinema europeo: a lui si deve la consacrazione di Costa-Gavras, prima solo come interprete in Vagone letto per assassini e Il 13° uomo e poi anche producendo il capolavoro del cinema politico Z – L’orgia del potere (vinceranno l’Oscar come miglior film straniero in quota algerina) e i successivi, altrettanto straordinari, L’amerikano e L’affare della Sezione Speciale.
Intelligente e corsaro, Perrin – che in quel 1976 produsse anche il fortunato debutto di Jean-Jacques Annaud Bianco e nero a colori (1976), annunciando il suo interesse per i film post-coloniali (aiutò Maroun Bagdadi e Ousmane Sembène) – trovò i finanziamenti (due miliardi) e, nel solco della Prima notte di quiete (di cui Delon, indimenticabile protagonista, fu anche produttore ed ebbe più di un conflitto con Zurlini) decise di ritagliare per sé la parte principale. D’altronde la faccia pulita e l’eleganza aristocratica di Perrin erano perfette per il sottotenente Drogo, mandato nell’avamposto militare della Fortezza Bastiano (non Bastiani come nel romanzo) per sorvegliare la frontiera in attesa dei misteriosi Tartari. E, com’è noto, la trama del Deserto dei Tartari – titolo diventato modo di dire – è racchiusa in questa atmosfera sospesa, trasmessa dalla sceneggiatura di André G. Brunelin.


Helmut Griem e Jacques Perrin in Il deserto dei Tartari
Il tempo sospeso e il tempo dell’Italia
È il più rarefatto dei film di Zurlini, ambientato in un tempo che non esiste e in uno spazio che forse non ha a che fare con la realtà, dove la morte seduce Drogo e lo conquista proprio quando quel popolo tanto atteso si sta presentando alle porte della Fortezza. Luogo che Zurlini ritrova nella oggi distrutta fortezza iraniana di Arg-e Bam e in altre zone d’Italia, dall’Alto Adige all’Abruzzo, senza rinunciare alle ricostruzioni scenografiche ricreate a Cinecittà da Giancarlo Bartolini Salimbeni (anche costumista), uno specialista del passato dai peplum al primo Novecento. Una “confezione” che ispirò sospetti e pregiudizi da parte della critica più militante. Eppure, nell’ottica di Zurlini, Il deserto dei Tartari è una sfida a quel calligrafismo naturalmente insito a un film pieno di militari di un plausibile impero austro-ungarico (non dichiarato ma riconoscibile dalle uniformi e dalle bandiere).


Laurent Terzieff in Il deserto dei Tartari
Merito anche del nitore metafisico catturato dalla fotografia di Luciano Tovoli, neo novantenne (è nato il 30 ottobre 1936), un grande cineasta che in una recente intervista si è definito “disobbediente e disciplinato”: “voleva una luce alla Lubitsch e mi parlava di un film che io non vedevo” ha raccontato al Manifesto, rivelando alla proiezione Zurlini lo ringraziò per averlo “tradito”. Ma anche del senso di sospensione provocato dalla colonna sonora mistica di Ennio Morricone, dove l’utilizzo dell’organo restituisce lo spaesamento estetico e spirituale del deserto. Un film che trova il suo ritmo nel montaggio a quattro mani di due professionisti assai dissimili tra loro, Franco Kim Arcalli (già collaboratore di Zurlini, anche lui morto prematuramente nel 1978) e Raimondo Crociani.


Vittorio Gassman e Philippe Noiret in Il deserto dei Tartari
Coproduzione tra Italia, Francia e Germania Ovest, Il deserto dei Tartari si avvale di un clamoroso cast internazionale, con star impegnate anche in piccole parti: Perrin, Gassman, Giuliano Gemma, Helmut Griem, Philippe Noiret, Jean-Louis Trintignant, Max von Sydow, Laurent Terzieff, Fernando Rey, Francisco Rabal, Giuseppe Pambieri, Lilla Brignone. Segno di un cinema mai così vivo e cosmopolita che in quel 1976 è davvero l’anatomia di una nazione in attesa di qualcosa. È l’anno di altre due atti finali, la perversa allegoria politica del funereo Salò di Pier Paolo Pasolini e l’apologo dannunziano sul superuomo suicida in L’innocente di Luchino Visconti, ma anche di altre riflessioni sul “senso della fine”, dall’affresco Novecento di Bernardo Bertolucci allo spettrale Il Casanova di Federico Fellini, passando per L’ultima donna di Marco Ferreri, Cadaveri eccellenti di Francesco Rosi, Marcia trionfale di Marco Bellocchio (ma anche Brutti, sporchi e cattivi di Ettore Scola). Cinquant’anni fa, il cinema italiano sapeva parlare dell’Italia.
