Quasi vent’anni fa, alle Giornate degli Autori della Mostra di Venezia del 2006, un gruppo di intellettuali (Remo Bodei, Bruno Cagli, Giancarlo De Cataldo, Tullio De Mauro, Dario Fo, Jannis Kounellis, Raffaele La Capria, Dacia Maraini, Sandro Veronesi, Sergio Zavoli) lanciò un’iniziativa ambiziosa: stilare la lista dei primi cento film italiani imprescindibili dal 1942 al 1978, tra l’alba del Neorealismo e gli anni di piombo. Periodo, all’epoca, già storicizzato, da guardare da lontano senza cedere a mode del momento o miopie critiche.

In altri paesi si era già provveduto a individuare i film più rappresentativi delle proprie cinematografie: l’American Film Institute la fece nel 1998 con un aggiornamento dieci anni dopo e varie decine per generi, la lista britannica fu curata dalla BBC nel 1999, Time Out ne ha proposto una francese, quella tedesca risale al 1994 (qui da pag. 41), l’Argentina la fa ciclicamente dal 1977 e così il Canada, la Repubblica Ceca, la Grecia e così via.

Qualche mese dopo, nel 2008, fu pubblicata la lista dei “100 film italiani da salvare”, elaborata da un comitato coordinato da Fabio Ferzetti (all’epoca delegato generale delle Giornate) e composto da Gianni Amelio, Gian Piero Brunetta, Giovanni De Luna, Gianluca Farinelli, Giovanna Griffagnini, Paolo Mereghetti, Morando Morandini, Domenico Starnone e Sergio Toffetti. Lo scopo era di segnalare le “100 pellicole che hanno cambiato la memoria collettiva del Paese”, con l’obiettivo di farli vedere e studiare nelle scuole, incoraggiarne restauri e proiezioni e riproporli attraverso i vari canali di trasmissione. Ferzetti lo definì un “catalogo provvisorio, aperto e probabilmente imperfetto”, “una cassetta degli attrezzi, strumenti utili per riaprire un dialogo interrotto con una generazione che non sa cosa si è persa”.

Cosa resta del film di Rosi?

Cinquant’anni fa, il 12 febbraio 1976, usciva Cadaveri eccellenti, inserito tra i 100 titoli da salvare. È uno dei grandi film di Francesco Rosi, che partì da un romanzo breve di Leonardo Sciascia, Il contesto, per tracciare un apologo sull’etica e sulla politica, sui confini della legalità e dell’inviolabile. Al centro del meccanismo c’è il commissario Rogas (l’icona polar Lino Ventura) che si ritrova ad indagare sul delitto di un giudice. Poi gli omicidi diventano due, e poi tre: tre giudici fatti fuori in pochi giorni. Chi c’è dietro? Naturalmente le losche trame deviate del deep state. Quando si rafforza la tesi del complotto, tutti abbandonano Rogas al suo destino.

Oggi, nella lista, ci sarebbe ancora posto per Cadaveri eccellenti? Crediamo di sì. Perché questo malinconico, amaro, spietato giallo poliziesco in biblico tra razionalismo filosofico e j’accuse espressionista, così inquietante (l’incipit nella cripta dei cappuccini a Palermo è una dichiarazione d’intenti) e paranoico (curiosi i parallelismi con la Hollywood di quegli anni), non ha perso un briciolo del suo valore allegorico. Anzi: svincolati delle cronache dell’epoca dominate dalla strategia della tensione, riusciamo a cogliere in maniera anche più precisa e dritta la messinscena del potere, l’angoscia di fronte al groviglio, il malessere degli onesti, il pessimismo collettivo (“La verità non è sempre rivoluzionaria”).

Inoltre, Cadaveri eccellenti è un grande spettacolo d’autore, cioè quel tipo di film che può contare su una riconoscibile cifra stilistica, un’importante profondità tematica, un budget considerevole, un cast d’alto profilo. Prodotto da Alberto Grimaldi all’apogeo della sua carriera (quell’anno realizzò anche i kolossal Novecento e Il Casanova di Federico Fellini), è cinema civile in purezza ma anche parata di stelle (Max von Sydow, Alain Cuny, Fernando Rey, Charles Vanel, Renato Salvatori, Paolo Bonacelli, Tino Carraro, Marcel Bozzuffi, Maria Carta, Luigi Pistilli, Tina Aumont, Paolo Graziosi, Anna Proclemer) più tecnici pazzeschi (la fotografia di Pasqualino De Santis, il montaggio di Ruggero Mastroianni, le musiche di Piero Piccioni, le scenografie di Andrea Crisanti, i costumi di Enrico Sabbatini). Quindi, sì, dovessimo rifarla oggi, Cadaveri eccellenti manterrebbe il suo posto.

Un’altra lista è possibile?

Tuttavia, da allora, non c’è stata un’altra iniziativa per aggiornare quella raccolta. Per fortuna esistono le testate giornalistiche, che spesso si misurano con questa sfida (e non parliamo solo di cinema: se abbiamo liste dei 100 dischi o dei 100 libri italiani da salvare lo dobbiamo alle riviste). Nel 2018, Film Tv ha chiesto a 159 tra registi, critici e lettori di indicare quali fossero per loro i dieci migliori film del cinema italiano: vinse C’era una volta il West, che curiosamente non compare tra i 100 da salvare.

Già, i magnifici 100 (in realtà 100+1: ci sono anche i documentari di Vittorio De Seta dal 1954 al ‘59). Facile dire chi c’è e chi non c’è nell’elenco del 2008: c’è tanto Federico Fellini (otto e mezzo per il debutto in co-regia con Alberto Lattuada) e non c’è Sergio Leone, ci sono Luchino Visconti (sei), Vittorio De Sica, Mario Monicelli e Francesco Rosi (tutti a cinque) e non ci sono Mario Camerini (ma forse il meglio è prima del ’42) e Mario Mattoli e Camillo Mastrocinque (più memoria collettiva del regista di Totò?), Lina Wertmuller, Liliana Cavani e Cecilia Mangini (le donne completamente snobbate), Nanni Loy (Le quattro giornate di Napoli!) e Franco Zeffirelli (per quanto, insomma, come dire…). Però ci sono anche nomi meno celebrati come Ettore Giannini (il primo musical italiano: Carosello napoletano, un capolavoro), Renato Castellani, Vittorio Caprioli, perfino il primo Tinto Brass.

Claudia Cardinale in C’era una volta il west (1968)
Claudia Cardinale in C’era una volta il west (1968)

Claudia Cardinale in C’era una volta il west (1968)

Il giochino degli assenti ingiustificati lascia il tempo che trova: le liste nascono da una selezione e ovviamente sono fatte per litigare. E poi, andando al di là, sono soprattutto utili: hanno il compito di formare un canone, sono bussole per orientarsi in una storia relativamente breve, funzionano come le mappe delle capitali che segnalano i monumenti, le carte d’identità di un Paese, gli atlanti culturali di un’identità nazionale.

Vogliamo mettere in discussione i 100 film da salvare? Prego, avanti, c’è posto. Ma forse, quasi un ventennio dopo, è arrivato il momento di allargare lo sguardo, affrontare non solo quei trentasei anni ma anche quelli dopo, proporre un nuovo catalogo provvisorio. Come nel caso dell’AFI o della BBC o delle stesse Giornate, il sondaggio dovrebbe essere patrocinato e organizzato da un ente istituzionale che possa garantire un certo grado di autorevolezza storica, critica e metodologica. Altrimenti, che dire, tocca organizzarsi tra noi.