Quando Agatha Christie è morta, il 12 gennaio 1976, io non ero ancora nato. Eppure l’ho sempre considerata una di famiglia. Almeno da quando, dodicenne o poco più, i suoi libri sono entrati a far parte della mia dieta di lettore bulimico (in seguito non avrei mai più letto così tanto per piacere). Non ricordo com’era iniziata, probabilmente trafugando dalla sorprendente libreria del nonno, un poliziotto con la passione dei gialli. Non ricordo neppure con certezza con quale dei suoi oltre 60 romanzi avessi incominciato (sicuramente non con il suo primo in assoluto, Poirot a Styles Court), ma dovetti rimanere talmente folgorato da stringere un patto con l’edicolante di fiducia per acquistare tutta la collana Oscar Mondadori dedicata alla scrittrice britannica che allora trovava spazio tra i quotidiani. In pratica la paghetta di quattro mesi.

Ricordo che le copertine non erano più tanto gialle e avevano la costina bianca. Ma erano come sempre bellissime, forse il primo elemento di fascinazione. Il secondo, ma questo lo avrei scoperto più tardi, era l’abilità con cui la Christie ingaggiava un gioco con il lettore, disseminando il racconto di indizi che puntualmente, come il tordo Hastings (spesso voce narrante, compagno di tante avventure di Hercule Poirot), non raccoglievamo. Puntualmente, dopo un’inenarrabile serie di mon amieh bienpiccole cellule grigie, l’ineffabile e vanitoso detective belga ci sbatteva in faccia la soluzione lasciandoci come allocchi.

Assassinio allo specchio (1980)
Assassinio allo specchio (1980)

Assassinio allo specchio (1980)

Miss Marple su questo era meno scenica, ma io ho sempre adorato Poirot, anche rispetto al suo competitor più accanito, Sherlock Holmes, che rasentava il pedante nella sua ferrea logica scientifica. Avevo fatto il classico e alla deduzione preferivo l’intuizione; alla metropoli maligna di Conan Doyle la campagna e la ricca e patetica borghesia della Christie. Poirot era l’intelligenza del singolo frammento. Holmes la ferrea architettura del tutto. E forse, da siciliano, avrei visto come più sensato un Poirot in un romanzo di Camilleri che Holmes.

A questo punto devo però ammettere due cose. La prima è che il mio romanzo preferito della Christie non è con Poirot né con la Marple. Si intitola Nella mia fine è il mio principio ed è una delle storie più tragiche e passionali della giallista, un noir sentimentale travestito da enigma. La seconda è che gli adattamenti cinematografici dei romanzi di Conan Doyle mi pare funzionino meglio di quelli dei libri della Christie: basta pensare a quanto la macchina-Holmes abbia saputo rigenerarsi tra televisione e cinema, dalla filologia alle reinvenzioni pop.

Dieci piccoli indiani (1945)
Dieci piccoli indiani (1945)

Dieci piccoli indiani (1945)

Nonostante Poirot e la Marple vantino un’ampia filiazione sia su grande che piccolo schermo, queste storie trasposte in immagini finiscono spesso per perdere qualcosa della grazia dei romanzi. E se pure esistono almeno due grandi adattamenti dalla Christie, come Dieci piccoli indiani di René Clair e Testimone d’accusa di Billy Wilder, devo subito aggiungere che devono la loro fortuna più al fatto di essere film degni dei loro registi che fedeli trasposizioni della scrittrice. Clair reinventa uno dei classici della scrittrice in una chiave squisitamente ironica. Wilder concepisce Testimone d’accusa come un racconto morale, in cui non interessa tanto scoprire chi ha ucciso, ma mettere sotto torchio il nostro stesso modo di giudicare: chi crediamo, perché lo crediamo, quali pregiudizi ci guidano, che cosa siamo disposti a perdonare a qualcuno che ci piace.

Testimone d'accusa (1957)
Testimone d'accusa (1957)

Testimone d'accusa (1957)

La critica sovente cita almeno altri due adattamenti: Assassinio sull’Orient Express di Sidney Lumet, che a me è parso sempre di un esotismo vacuo e a tratti insopportabile; e, più di recente, il trittico firmato da Kenneth Branagh (Assassinio sull’Orient Express, Assassinio sul Nilo e Assassinio a Venezia), che nel tentativo di modernizzare il racconto lo sposta sui binari anche visivi del gotico, che poco c’azzecca con gli originali. Eppure, di tentativi ce ne sono stati tanti, e di tutti i tipi: dalla Christie “da grande produzione” alla Christie “da salotto” (e tv), fino a quello più tardo e perfino un po’ crepuscolare (Assassinio allo specchio).

Forse la ritrovo più nella serie di film Knives Out, che pure non sono adattamenti dei suoi romanzi ma ne mantengono la gioia del depistaggio e l’idea che il pubblico sia complice della narrazione. Se vogliamo anche Hitchcock ha questa fissazione per giocare con il pubblico, ma ha un sadismo e un’ambiguità di sguardo che non appartengono alla sua connazionale.

Assassinio sull'Orient Express (1974)
Assassinio sull'Orient Express (1974)

Assassinio sull'Orient Express (1974)

Ma perché il cinema fatica così tanto a rendere giustizia ai congegni narrativi spassosissimi e avvincenti che sono i romanzi della signora del giallo? Mi vengono in mente tre errori marchiani che il grande schermo continua a fare di fronte ai suoi romanzi. Il primo è l’effetto cartolina: il milieu dei libri della Christie, quello delle famiglie ricche di campagna, delle belle case, dei bei cappelli, dei bei panorami, finisce spesso e volentieri per apparire pittorico sul grande schermo, riempiendolo di uno spiacevole effetto posticcio. Il secondo è quasi inevitabile e ha a che fare con le diverse retoriche che caratterizzano scrittura e cinema. Nel romanzo un dettaglio “sta lì” e tu lo puoi sottovalutare (è la specialità della Christie). Nel film un dettaglio “sta lì” e la regia, volente o nolente, lo enfatizza. Perché lo mostra. Ad esempio, in Assassinio sull’Orient Express le iniziali sul fazzoletto sono un elemento tra gli elementi suggeriti dal romanzo. Al cinema diventano un close-up.

Assassinio a Venezia (2023)
Assassinio a Venezia (2023)

Assassinio a Venezia (2023)

Infine, il meccanismo del whodunit al cinema cerca quasi sempre lo shock. Agatha Christie invece si limita a farci vedere quello che era già “davanti a noi”. È tutta una questione di tono, di ritmo, di strategie. Il contemporaneo, poi, sembra anche più allergico. In un’epoca che ci appare refrattaria alla soluzione, il cinema - che lavora con i materiali del mondo, con corpi, spazi, facce - fa più fatica della pagina a credere che il mondo possa ancora essere smontato e rimesso in ordine con quella medesima serenità. O meglio: non ci credono gli stessi autori, che avvertono il bisogno di aggiungere traumi, atmosfere gotiche, ferite interiori. Come se l’ordine christiano fosse diventato, per loro, un’utopia da smontare.

In TV, complice la dilatazione, ha avuto forse più fortuna Agatha Christie’s Poirot con David Suchet (1989–2013). E anche Miss Marple ha trovato i suoi volti: da un lato la versione più “cozy” e comica di Margaret Rutherford nei film MGM (1961–1964); dall’altro la linea più “classica”, più vicina al sentimento dei romanzi. Anche se io continuo a preferirle l’omologa americana de La signora in giallo (1984–1996) con Angela Lansbury, che non a caso aveva interpretato Miss Marple in Assassinio allo specchio (1980). Tra i Poirot cinematografici, invece, meglio Albert Finney di Peter Ustinov, mentre Branagh è proprio fuori contesto.

Il futuro prossimo ci riserva la miniserie Netflix tratta da I sette quadranti (dal 15 gennaio), che arriva esattamente nell’anno tondo del cinquantennale e promette - dicono - una Christie “ringiovanita” senza per questo diventare irriconoscibile. E già temo.

Forse allora è meglio una irridente versione italiana come Agata Christian – Delitto sulle nevi (dal 5 febbraio): omaggio comico e già nel titolo delitto ortografico. La Regina del Giallo diventata gioco di società, rebus da settimana enigmistica, frizzi e lazzi.

Perché forse è questo il vero paradosso: Agatha Christie non è la giallista che inquieta ma quella che ci conforta servendoci una tazza di tè ripulita da ogni veleno. Questo il suo fascino imperituro. Per quanto male possa esserci nel mondo, si troverà il modo di venirne a capo. Almeno nei romanzi. Sullo schermo è tutta un’altra storia.