C’è un momento in cui Whalefall, survival thriller diretto da Brian Duffield, da un romanzo di Daniel Kraus, presentato in anteprima alla 21° Festa del Cinema di Roma ed ora in sala, sembra prometterci un degno viaggio nell’abisso di paure recondite e ancestrali come quella del buio, del vuoto, del nulla. Ed è quando il suo protagonista, Jay (Austin Abrams), figlio in lutto di un padre padrone virtuoso sommozzatore, che ha scelto la morte per mano del suo amato mare  e non del cancro, si affaccia letteralmente sull’oscurità delle profondità marine dentro cui si è immerso per cercare i resti del padre e così dargli una degna sepoltura.

Il film, in quel punto, ha ogni possibilità e potenzialità in pugno, di cui Duffield sceglie le più ovvie e meno sopportabili oltre i trenta minuti. Jay, quel nero che sembra una barriera insormontabile non deve affrontarlo perchè, a scegliere per lui ci sarà la balena che per sbaglio lo ingoierà insieme ad un giganesco calamaro. La sequenza dell’involontario pasto è, avviso ai naviganti,  decisamente la più terrificante del film e questo indica che il terrore è in caduta rapida. Sarà che la paura che incarna Abrams incredulo e inerme di fronte a ciò che di surreale gli sta accadendo è imbattibile se messa a confronto con i numerosi gridolini, filtrati dalla maschera d’ossigeno, che emetterà per tutto il resto del film.

© 2026 20th Century Studios. All Rights Reserved
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Austin Abrams as Jay Gardiner in 20th Century Studios' WHALEFALL. Photo by Jennifer Clasen. © 2026 20th Century Studios. All Rights Reserved. (Jennifer Clasen)

Austin Abrams ha dichiarato che per spiegargli come sarebbe stato il film, Brian Duffield and co. lo hanno paragonato a 127 ore o a una specie di Gravity (anche se il riferimento a Giona e Pinocchio sono inevitabili). In effetti, l’impronta del film di Danny Boyle c'è nella struttura di questa storia, con la mastodontica differenza che da una parte c’erano, appunto, tante ore di calvario da condensare in 94 minuti, qui al contrario, c’è una sola ora di ossigeno, dentro quattro pareti di viscere, con un protagonista che altro non può fare se non dimenarsi, bofonchiare cose al boccaglio, parlare con le meduse, perdere conoscenza di tanto in tanto e ricordare il passato, ricordare il padre e continuare con lo sciame di flashback già iniziata nel pre-immersione.

Prima dell’abisso e dell’immersione ben poco contestualizzata di Jay, Duffield segue il suo protagonista nel ritorno alla casa familiare, per commemorare il padre, ad un anno dalla sua morte. Tra i ricordi di Jay e quelli evocati dalle sue sorelle, capiamo che il ragazzo è l’unico figlio maschio di un uomo che urla al maschilismo tossico ed al patriarcato in maniera così stereotipata ed eclatante che una scritta al neon sulla fronte sarebbe stata più sobria. Ad interpretarlo un solido Josh Brolin, miracolosamente credibile anche quando offende ripetutamente il figlio con frasi del tipo “hai i polmoni deboli” o confessa in pratica che aveva sempre voluto il figlio maschio perché l’unico a cui tramandare tutto ( il sottinteso sulle prime due figlie femmine non degne di raccogliere il testimone della tradizione marittima è agghiacciante e doloroso).

Paradossalmente, la tossicità di questo genitore, seppur dentro un cliché dopo l’altro, è l’unica cosa che ci fa andare avanti mentre assistiamo al delirio claustrofobico in cui si trova Jay dentro la balena, nel mezzo dei succhi gastrici che gli consumano le mani e lo stomaco che lo contiene che si contrae schiacciandogli le ossa. Perché Whalefall, pur riducendo all’osso le sfumature, è più efficace quando mostra la sua vera trama: un ragazzo che deve venire a patti con il dramma di un genitore che fino all’ultimo è stato incapace di amarlo con la tenerezza e l’accettazione con cui si dovrebbe voler bene ad un figlio. Questo dolore che dovrebbe pervadere il film viene letteralmente buttato via in una risoluzione finale che ci presenta un’inverosimile riconciliazione ma che almeno pone fine all'agonia dello spettatore per cui 106 minuti sono sembrati un’eternità. Vivo o morto Jay, purché il film finisca.