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Paweł Pawlikowski (regista/director) - Foto Karen Di Paola
Premiato allo scorso Festival di Cannes per la migliore regia, Fatherland di Pawel Pawlikowski – candidato per la Polonia agli Oscar, già in shortlist per i prossimi EFA – passa alla Festa di Roma (sezione Best Of) e da domani, 16 ottobre, sarà nei cinema italiani distribuito da MUBI.
Ambientato nel 1949, il film indaga il rapporto tra lo scrittore Thomas Mann (Hanns Zischler) e sua figlia Erika (Sandra Hüller), attrice, giornalista e pilota di rally. A bordo di una Buick nera intraprendono un viaggio attraverso una Germania in macerie: da Francoforte, sotto l'influenza statunitense, fino a Weimar, controllata dai sovietici. Per la prima volta dopo la guerra, Mann torna nella sua patria, dopo che anni prima aveva preso la difficile decisione di fuggire negli Stati Uniti per mettersi in salvo.
Dopo Ida e Cold War, il regista polacco (con il sodale Łukasz Żal alla fotografia) conclude l’ideale trilogia sul Novecento: “Sono nato e cresciuto in Polonia, il passato mi tocca ancora, il passato mi ha formato. Avrei difficoltà a parlare del presente, di oggi, anche perché sento di non trovare una chiave formale interessante. Oggi abitiamo in un territorio da science-fiction, per questo cerco di raccontare la situazione attuale, quella in cui ci troviamo, utilizzando il mondo di ieri, quello dell’Europa centrale, un territorio schiacciato, rovinato dalla Storia, dalle ideologie, tentativi di utopie che mi danno un materiale molto forte perché è un mondo che conosco, quello nel quale sono cresciuto”, spiega Pawlikowski in un incontro ristretto con la stampa durante la Festa di Roma.


Fatherland ©Agata Grzybowska
Lo spunto viene dal libro Il mago, biografia romanzata di Thomas Mann scritta da Colm Tóibín nel 2021, ma Pawlikowski ha preferito concentrarsi su un momento specifico della vita dello scrittore: “Biopic, antibiopic, sono termini giornalistici che lasciano il tempo che trovano. Come pure il fatto di pensare di poter raccontare la vita di qualcuno sempre attraverso una sequela di cause ed effetti. L’esistenza non funziona così. E nel caso specifico quello che mi ha colpito veramente era il potermi concentrare sul momento in cui Mann torna nella Germania divisa, polarizzata, e con la sua cultura di borghese liberale pensa in un certo senso di poterla riunire, magari facendo buon viso a cattivo gioco. Oltre a questo, l’altro aspetto per me fondamentale era il poter indagare nella complessità del rapporto tra lui e la figlia, e del rapporto tra quest’ultima e il fratello Klaus, morto suicida”.


Fatherland ©Agata Grzybowska
Sulla scelta di coinvolgere Sandra Hüller, il regista racconta: “Parliamo di un’attrice straordinaria. Quando ho cominciato a pensare che il personaggio di Erika fosse al centro di questa storia, ho subito pensato a lei. Lavora in modo molto originale, intensamente, ha un suo processo: all’inizio aveva problemi con la visualizzazione del film, perché per me l’immagine è il fondo, il principio di tutto e il gioco dell’attore deve funzionare dentro questo discorso. Le emozioni devono coincidere con la luce, con l’inquadratura e piano piano ci siamo allineati in questa direzione”.
Naturalmente, come da titolo, Fatherland è un film che ragiona anche sul concetto di patria: “In un certo senso ho sentito vicino la vicenda di Mann, scrittore certamente importante per me ma del quale non appenderei il ritratto in salotto, perché anche io ho dovuto lasciare la terra dove sono nato. Thomas Mann torna in un posto che conosce, ma che non riconosce. L’esilio, il rischio di perdere la propria identità, sono temi che in parte ho vissuto anche io: ho lasciato la Polonia per caso e una volta che mi sono trovato all’Ovest ho capito che potevo viaggiare, muovermi. Ma il dramma di lasciare il paese che ti ha formato rimane sempre. La patria per me oggi è l’Europa, una patria che forse sta ugualmente sparendo però. Sono tornato in Polonia e vivo nella stessa strada dove sono cresciuto, a Varsavia. Ma è una città diversa da allora, anche lì come altrove stanno tutti con la testa chinata sugli smartphone. O forse, più semplicemente, la patria per me oggi è il Cinema, magari facendo film come quelli che ho fatto in questi ultimi anni è come se avessi costruito una mia patria”.


Fatherland ©Agata Grzybowska
Il mondo diviso in blocchi, le fratture di allora a paragone con quelle odierne: “Questo film non credo rispecchi letteralmente le fratture dell’Europa di oggi, forse è simile quel senso di impotenza nel poter fare qualcosa. L’arte dovrebbe farti vedere la dimensione umana della realtà, al contrario della politica e dell’ideologia che riducono tutto a una narrativa semplice. E questo era un modo di far vedere plasticamente questa frattura, questa divisione”, spiega ancora Pawlikowski, esprimendosi in un italiano quasi perfetto: “Intorno alla metà degli anni ’80 ho vissuto per un certo periodo a Torino. Ricordo che il padrone di casa, un uomo del sud Italia, aveva l’abbonamento per le partite della Juventus e quando non poteva andare mi cedeva il posto. Era la Juve di Platini e del mio connazionale, Boniek”.
Del cinema italiano, invece, dice: “Una miniera d’oro, dal neorealismo a Ermanno Olmi, passando naturalmente per Fellini”.
E per quanto riguarda il suo lavoro, invece, risponde semplicemente che “è qualcosa che mi permette di avere un tetto sopra la testa, in tutti i sensi”.
Lavoro che dopo l’esperienza in sceneggiatura per Limonov, trasposizione dal romanzo di Carrère, poi diretto dal russo Serebrennikov, ricongiunge Pawlikowski ai produttori italiani Mario Gianani e Lorenzo Mieli, allora per Wildside, stavolta per Our Films: “Con Pawel ci conosciamo da tanti anni, ogni volta proviamo a corteggiarlo perché sappiamo che le sue rielaborazioni sono sempre molto originali, gli mandiamo libri in continuazione perché il suo processo creativo e la capacità di sintesi sono straordinari”, racconta Gianani, che aggiunge: “Queste coproduzioni europee (anche Germania, Francia e Polonia insieme all’Italia, ndr) mettono insieme molti paesi, è un lavoro molto tecnico, complesso, perché ogni regista ha i suoi tempi e ci sono paletti burocratici da dover rispettare ogni volta. L’altra difficoltà è quella di trovare poi distributori che sappiano dare il giusto risalto al lavoro che è stato fatto, proprio per questo insieme a MUBI abbiamo investito affinché Fatherland (circa 10 milioni di euro il budget di produzione, ndr) potesse avere una diffusione coerente. In tal senso sarebbe auspicabile che l’Europa culturale avesse una voce più unita, proprio per far circolare come si deve lo spirito europeo che hanno film come questi”.
E in questo senso “MUBI è davvero il partner cruciale per garantire la doverosa distribuzione globale al film”, aggiunge Mieli.



