PHOTO
Daniele De Rossi in Radici
Premessa: il seguente articolo si basa sui primi 4 episodi (di 7) di Radici, la docuserie diretta da Nicola Ravera Rafele, ospitata in Freestyle – Serie alla Festa di Roma e prossimamente su Sky e NOW.
Daniele De Rossi è appena tornato ad essere un “semplice” cittadino, al volante della sua auto per le strade di Roma. Le radio, le tv stanno commentando l’improvviso esonero da allenatore della squadra che ha sempre amato, e che amerà sempre, arrivato come un fulmine a ciel sereno solamente dopo 4 giornate, il 18 settembre 2024.
Nell’arco di tempo che lo porterà a sedere nuovamente su una panchina – quella del Genoa, nel novembre 2025 – De Rossi – “il mare di Roma” (cit. Tonino Cagnucci) – è tornato nel campo di Ostia dove, da ragazzino, aveva mosso i primi passi da calciatore.
Prodotta da DDR Media e Damocle, con Valerio Mastandrea showrunner, Radici – già nel titolo c’è il suo perché – segue da vicino la rinascita dell’Ostiamare, società dilettantistica sull’orlo del fallimento che grazie al suo più celebre “prodotto” ritrova non solo la sopravvivenza ma anche un’incredibile ascesa.
Nel gennaio del 2025, infatti, De Rossi diventa proprietario della società: il primo obiettivo di campo è quello della salvezza in serie D, “progetto” che va di pari passo con una ricostruzione a 360° per quello che riguarda le infrastrutture (mancava l’acqua calda nelle docce, tanto per dirne una) e un rilancio d’immagine che, giocoforza, travalica anche i confini del “territorio”.
Territorio (radici appunto), che naturalmente è il centro nevralgico dell’intera operazione: prima della Roma, degli stadi pieni, della Nazionale, della Coppa del Mondo, per Daniele De Rossi c’era quel campo a Ostia. Tornare lì, da campione affermato, da bandiera eterna della metropoli limitrofa, da allenatore non ancora venerato ma potenzialmente grande, insomma da “celebrity” è quanto di più lontano si possa contemplare per le logiche del calcio odierno.


Radici
Ragiona ovviamente anche su questo, la docuserie di Nicola Ravera Rafele, sulla possibilità che ancora esistano delle “isole” dove il campo sotto casa, lo spogliatoio, il rapporto diretto tra una squadra di pallone e la sua gente vengano percepiti non solo come qualcosa da “guardare” ma come qualcosa realmente da “vivere”.
E questa piccola storia, quella di De Rossi che da protagonista del calcio ai massimi livelli torna nel dilettantismo per cercare di costruire qualcosa di importante, è emblematica soprattutto per i dettagli che porta alla luce: la sofferenza e le esultanze sugli spalti dei piccoli impianti che ospitano le partite dell’Ostiamare, l’amore quasi paterno con il quale DDR segue le fasi finali del campionato juniores (vincendo il titolo nazionale), parlando a cuore aperto con ciascuno di quei ragazzini, il vero dispiacere che ne accompagna le parole quando dovrà annunciare che non potrà più essere presente ogni giorno perché (finalmente) è arrivata la chiamata per una nuova panchina in Serie A, quella del Genoa.
Ma è un dispiacere smussato dalla consapevolezza di aver gettato le basi di una trasformazione sana per la storia dell’Ostiamare, la trasformazione di un club che vuole diventare certamente più grande (l’anno successivo è arrivata la promozione in Serie C, con il passaggio da polisportiva/dilettantistica a società a responsabilità limitata, militando nel calcio professionistico), ma senza mutare necessariamente in qualcosa di diverso. Salvaguardando, insomma, le proprie radici.



