We Want Sex

La riscossa delle donne e un '68 che fa ping pong col presente: Nigel Cole riesuma il cinema inglese della passione civile. Sorpassato, Fuori Concorso

30 Ottobre 2010
2/5
We Want Sex
We Want Sex

La battaglia per la parità salariale delle donne è iniziata in Inghilterra, nel magnifico ’68. A Dagenham (Essex) per la precisione, dove 187 operaie lavorano alla fabbrica della Ford, la più grande del Regno Unito. Sono addette alla cucitura dei sedili, stipate in spazi umidi e fatiscenti, sottopagate. Il vaso è colmo quando l’azienda decide di riclassificarle professionalmente come “operaie non qualificate”. Tradotto: di assottigliare ulteriormente la loro busta paga. Non ci stanno. Imbeccate da un sindacalista duro e puro (Bob Hoskins, in modalità stoccafisso) e guidate dalla più battagliera del gruppo, Rita (Sally Hawkins), inizieranno uno sciopero ad oltranza che attirerà l’attenzione dei media, incasserà l’appoggio del governo (del ministro Barbara Castle, la “rossa focosa”) e costringerà la casa automobilistica a scendere a patti. Sarà il primo passo perché la parità salariale divenga legge dello stato nel 1970.
E’ la buona novella raccontata da We Want Sex, venuta a conciliare pubblico e politica nel Fuori Concorso romano. Edificante come uno spot della Scottex, il film di Nigel Cole (L’erba di Grace) ci riporta indietro di quasi mezzo secolo. Nella storia del cinema, però. Perché se il discorso sul femminismo operaio va benissimo nell’implicito ping pong col presente (“che ha dimenticato il coraggio di osare”, come ricorda Rita ai sepolcri imbiancati del sindacalismo), a non convincere è invece la modalità, la fiducia con cui Cole riesuma un tipo di approccio – civile e appassionato, per usare una formula fortunata – che sembrava sepolto con gli anni ’70. Dunque didascalico, caricaturale, a tesi.
Viva queste donne – e queste brave attrici, dalla Hawkins alla Richardson, dalla Pike alla James – ma le ameremmo di più se avessero meno primi piani, battute da star e ortodossia da santino.
La sceneggiatura (“ispirata liberamente” alla storia delle vere operaie di Dagenham) di William Ivory bazzica la fiction, e trova formule narrative, figure stereotipate (per tutte quella del reduce che torna a casa disturbato e suicida), sviluppi prevedibili. E Cole lo asseconda, cucinando un polpettone secondo ricetta e avaro di sorprese. Lo fa cuocere nella commedia, vero, ma il divertimento è teorico, mentre il rischio di scambiare il film per un britannico Maschi contro femmine è più che concreto.

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