Tutti cerchiamo il nostro posto del mondo, ma che fare quando il mondo non ci vuole? Mike, il protagonista di Urchin (che significa ramingo: il vagabondaggio è anche un movimento interiore), si è subito abituato a essere respinto dalla società, a incarnare il disagio, lo spaesamento, l’abbandono di un corpo talmente estraneo da aver perso la minima speranza di integrazione e redenzione. Perfino nei momenti meno disgraziati, quelli in cui l’ipotesi di una vita tranquilla sembra quasi credibile e allettante, si porta addosso la consapevolezza che nessuno è davvero interessato alle sue battaglie.

Urchin
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Al debutto alla regia, il ventinovenne Harris Dickinson (attore tra i meno banali della sua generazione, da Triangle of Sadness a Babygirl) fa tesoro della tradizione del realismo sociale di scuola inglese, aggiornando la lezione di Ken Loach e seguendo le tracce di Andrea Arnold ma anche di altri esordienti degli ultimi anni che si sono concentrati su personaggi ai margini del sistema, indagando le periferie del capitalismo, accendendo un riflettore sui dimenticati (citiamo Scrapper di Charlotte Regan, interpretato dallo stesso Dickinson, da cui mutua il barlume d’ironia e la voglia di tenerezza).

Con un titolo che è un manifesto e una dichiarazione d’intenti, Urchin pedina il protagonista con la compassione dovuta ai dropout, senza giustificarne le azioni violente e le dipendenze che coprono mancanze: Dickinson si mette accanto, non giudica, osserva ed esplora il paesaggio mentale di un ragazzo interrotto, sprofondando in quel che può accadere al di là della coltre realista, nei meandri di uno scarico che conduce a visioni oniriche o immaginando covi naturali dove perdersi per ritrovarsi.

Frank Dillane non stilizza e non eccede, capitalizza un carisma più tormentato che maledetto, riesce addirittura a instillare un po’ di malizia in uno sguardo tra furbizia e malinconia, trova la cifra del personaggio soprattutto nel colloquio riparatore in cui sembra muoversi sul filo dell’attacco di panico (miglior attore a Un Certain Regard a Cannes 78).

Urchin
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È lui il centro nevralgico e il nervo scoperto di un film amarissimo, senza approccio manicheo e davvero interessato a salvare Mike da se stesso, dalla droga che riappare per caso in una dimensione troppo amichevole per non tornare in circolo, dagli alcolici comprati senza soluzione di continuità per annegare la sofferenza.

Un po’ come il topolino divorato dal serpente che si vede verso il finale, dove riappare il suo nemico amatissimo interpretato dallo stesso Dickinson, il cui destino confortevole sembra comunque la versione alternativa di un’analoga incapacità di trovare pace. Qua e là c’è la sensazione del compitino, ma Urchin è un debutto onesto ed empatico. Fuori Concorso a Torino 43.