Ci sarebbe già tutto nel titolo: Ida, ki je pela tako grdo, da so še mrtvi vstali od mrtvih in zapeli z njo (titolo internazionale: Ida Who Sang So Badly Even The Dead Rose Up And Joined Her In Song), che tradotto è più o meno “Ida cantò così male che perfino i morti risorgono e si uniscono a lei nel cantare”. È un titolo evidentemente lungo ma che dice molto della leggerezza, perfino della sorridente anima gotica, con cui la slovena Ester Ivakič – classe 1992, al primo lungometraggio dopo corti molto apprezzati in patria – affronta una storia stratificata e polifonica, che potrebbe scivolare nella tragedia più compiaciuta o nel dramma meno sorprendente e invece sceglie di svolazzare sulle cose e sulla sua protagonista con la grazia di chi sa mettere in contatto visibile e invisibile.

Una favola iniziatica, sospesa in un momento tanto indefinito nelle date quanto preciso nelle atmosfere (siamo a cavallo tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, poco prima della dissoluzione della Yugoslavia), ambientata in un piccolo villaggio rurale sloveno e abitata da una bambina di dieci anni che si convince di poter impedire la morte della nonna entrando nel coro della scuola. Peccato che la bambina, così creativa e fantasiosa, sia completamente stonata.

Ida Who Sang So Badly Even The Dead Rose Up and Joined Her In Song
Ida Who Sang So Badly Even The Dead Rose Up and Joined Her In Song

Ida Who Sang So Badly Even The Dead Rose Up and Joined Her In Song

Fondato sull’intesa emotiva e professionale tra la regista Ivakič (anche sceneggiatrice con Nika Jurman) e la debuttante assoluta Lana Marić, Ida Who Sang... è ad altezza di bambina ma non edulcora la fatica della crescita, sceglie il nitore di un’immagine capace di evocare serenità senza patina vintage (fotografia di Rok Kajzer Nagode) e annuncia il dolore prossimo venturo mettendo in campo la prima, grande prova che segna il passaggio dall’infanzia all’adolescenza.

In un certo senso, è un racconto che prova a restituire l’esperienza del lutto e la sua elaborazione con il lessico visivo e il linguaggio emotivo attraverso lo sguardo di chi si sente (letteralmente) fuori dal coro e sfida l’ineluttabile corso degli eventi – che sia una morte attesa o una rivalsa contro le doti mancanti, in questo caso canore – grazie al potere dell’immaginazione, del gioco, della libertà. Il film si esalta proprio sul filo del realismo, eccedendo nell’onirico laddove il dolore si pone quale opportunità di trasformarsi, lasciare andare chi amiamo, diventare grandi. Premio Speciale della Giuria a Torino 43.