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RUSSELL CROWE as Hermann Göring in ‘Nuremberg’ Image: Scott Garfield. Courtesy of Sony Pictures Classics
Ci mette ottanta minuti, Norimberga, ad entrare in quello che all’epoca fu giustamente definito il processo del secolo. D’altronde è quello che promette il titolo, ma il film scritto e diretto da James Vanderbilt (già sceneggiatore di Zodiac e The Amazing Spider-Man, all’opera seconda dopo il mediocre Truth) parte da The Nazi and the Psychiatrist, libro in cui Jack El-Hai si concentra su Douglas Kelley, psichiatra dell’intelligence militare statunitense che seguì i gerarchi nazisti dell’istruzione fino alle prime fasi del processo di Norimberga.
Negli ottanta minuti che precedono quello che in apparenza sarebbe il cuore del film, Vanderbilt inquadra il rapporto tra Kelly e Hermann Göring, il braccio destro di Adolf Hitler che, nonostante la sconfitta su campo e la caduta del regime, continua ad accreditarsi come Reichsmarschall anelando una rivincita. Niente di nuovo: il nazismo è un perfetto innesco allegorico per esplorare il rapporto tra vittime e carnefici, mettere alla prova la nostra resistenza al contagio del male, sondare il narcisismo elevato a programma politico.
Ora, è indiscutibile quanto Kelly fosse tormentato e irrisolto – come peraltro ci informa il cartello finale: si è suicidato con una capsula di cianuro nel 1958, stesso metodo adottato da Göring per sfuggire alla forca dodici anni prima – ma la scrittura schematica e l’interpretazione macchiettistica di Rami Malek rendono Kelly completamente subalterno all’astuto e carismatico Göring che Russell Crowe incarna con gigionismo, puntando sul corpo ingombrante e sull’occhio liquido non potendo contare sulla glaciale eleganza dell’originale (un ruolo che i casting di qualche decennio avrebbero assegnato a Rod Steiger o perfino Marlon Brando).
Corpo divergente rispetto alla norma e all’esercito, clinico talmente annichilito dal paziente da diventarne ostaggio, il Kelly di Malek è una sorta di illusionista stralunato che entra in scena con un mazzo di carte e un giochetto di prestigio: il fascino per il trucco, per l’inganno, per l’artificio è una facile chiave di lettura in un film che prova a ragionare sul concetto di messinscena e di dissimulazione, dal Göring stanato da Kelly quando capisce che sta fingendo di non comprendere l’inglese per studiare il nemico alla piccola cella che diventa un teatro della crudeltà in cui negoziare il rapporto di forza all’altezza di un’amicizia impossibile.
Senza dimenticare quanto il tribunale sia naturalmente un palcoscenico o un set e che, a un certo punto, la proiezione degli agghiaccianti filmati dai campi trasformi l’aula in un cinema, con le immagini dell’archivio che sembrano quasi confondersi con quelle false (i comizi invecchiati con i filtri di Instagram, la ridicola ricostruzione del volo di Rudolp Hess in Gran Bretagna).


RAMI MALEK as Lt. Col. Douglas Kelley in ‘Nuremberg’ Image: Scott Garfield. Courtesy of Sony Pictures Classics
Nella sua superficiale ricchezza, Norimberga è un film che contiene altri film ma che finisce per essere cannibalizzato dalla relazione pericolosa mascherata da duello psicologico tra Kelly e Göring, tant’è che tutto ciò che gira attorno risulta occasionale (la sottotrama familiare del sergente Triest, interpretato dall’asciutto Leo Woodall), bozzettistico (lo spreco di un grande attore classico come John Slattery nella parte del colonnello Andrus, comandante della prigione di Norimberga e scettico sui metodi di Kelly), posticcio (le figure femminili o fedeli come la signora Göring o spregiudicate coma la reporter che fa ubriacare il fragile Kelly per carpirne informazioni).
E perfino contraddittorio nella rappresentazione dei gerarchi – quasi ridotti a miserabili freaks squilibrati – che nega una delle lezioni di quei processi: i nazisti non sono mostri ma persone e come tali vanno trattati, la Soluzione Finale non è l’orrore di una banda di pazzi ma il progetto consapevole di un’organizzazione criminale.
Norimberga è talmente tagliato con l’accetta che finisce per sottovalutare questo aspetto, esaltando l’importanza dello psichiatra come chiavistello nella mente dei nazisti e relegando ai margini del discorso i due pubblici ministeri, esponenti delle potenze vincitrici che scelsero la via giudiziaria all’esecuzione sommaria.
Sia Michael Shannon (l’americano Robert H. Jackson, deluso per la mancata nomina alla presidenza alla Corte suprema e passato alla storia proprio per aver istruito il processo) che Richard E. Grant (solo un meraviglioso cesellatore come lui può esaltare il britannico Sir David Maxwell Fyfe nonostante la semplificazione caricaturale della sceneggiatura: non a caso il controinterrogatorio, secco e dritto, è l’apice del film) sembrano passare per caso, trattati da Vanderbilt come figurine complementari o funzionali ai protagonisti e alla loro relazione.
Ma il problema è a monte, nella pretesa di costruire un grande affresco storico da cinema classico senza riuscire a scendere in profondità, cercando la solidità nella ricostruzione senza intuizioni, la complessità nella fotografia ovviamente oscura come period impone (il navigato Dariusz Wolski), l’inquietudine nel tessuto sonoro invasivo (dal sound design alla prevedibile colonna sonora di Brian Tyler). Un intrattenimento parruccone, un’operazione superficiale. Film di chiusura del 43° Torino Film Festival.


