Uomini che odiano le donne

Sullo schermo il primo libro della Millennium Trilogy. Fedele al cinema più che al romanzo

27 Maggio 2009
4/5
Uomini che odiano le donne
Uomini che odiano le donne

I fanatici della MillenniumTrilogy – un caso editoriale da 10 milioni di copie vendute – stiano tranquilli: Uomini che odiano le donne è un bel film e una convincente trasposizione del primo dei tre bestseller di Stieg Larsson. Va dato atto al regista Arden Oplev –  che scarsa stima vantava presso i “larssoniani” e ancora meno tra i cinefili – di aver trovato la quadratura del cerchio: fedeltà al romanzo nel libero gioco del suo tradimento. Apparentemente è il classico thriller, con un sottobosco che ricorda Twin Peaks e un climax che rimanda al Silenzio degli Innocenti. Un giallo sullo sfondo dell’algida provincia svedese che tocca a due improvvisati ispettori risolvere: l’incorruttibile Mikael Blomkvist, giornalista d’inchiesta e incubo di “malfattori e potenti” (nel film, come nel libro, di equazione si tratta) e Lisbeth Salander, hacker prodigiosa e intrattabile sociopatica. Dovranno scoprire che fine ha fatto Harriet Vanger, giovane ereditiera di una famiglia d’industriali, scomparsa quarant’anni prima. Difficile capire cosa posso legare la coppia di protagonisti – lei ha pure tendenze lesbo – e anche di più stabilire la natura dei rapporti all’interno della famiglia Vanger o i torbidi retroscena dietro la sparizione di Harriet. Niente è ciò che sembra, e nessuno se ne scandalizza. Il milieu di Uomini che odiano le donne ristagna nel solco tra l’apparire e l’essere, come fosse il suo habitat naturale. E il taglio di regia si adegua: asciutto nella forma, esasperato nella sostanza. La violenza è esibita, enfatizzata, sporca, ma non ha riverberi sulla sintassi (che resta lineare e pulita) né sui corpi che la subiscono. I personaggi vi impattano come farebbero gli spettatori di oggi di fronte a una guerra vista da un cinegiornale. L’effetto è museale. La chiave metalinguistica. Come Harriet, il mondo è già sparito da un pezzo, le sue tracce nascoste tra i reperti delle tante copie virtuali: fotografie, filmati d’archivio, tracciati informatici, sono loro i protagonisti. Indagare non spetta più alla polizia, ma ai maghi della comunicazione, gli esperti di fantasmagorie, hacker e giornalisti. Al sapiente lavoro di scavo di Blomkvist e alla “memoria fotografica” di Lisbeth, personaggi-ponte tra l’attuale e il virtuale, carnali e simbolici, vivi solo per la presenza scenica di Michael Nyqvist e il magnetismo animale di Noomi Rapace. Archeologia per immagini, dove il presente è solo un calco del tempo e a contare è il passato, principio e fine di tutto. Ogni scena è illuminata, evidente, tangibile, ma il suo contenuto sovrascrive una realtà situata altrove, accaduta prima. Come un fantasma del visibile che alcuni vorrebbe ricacciare nel fuoricampo. Uomini che odiano le donne e il cinema.

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