Una separazione

Dalle lacerazioni di una famiglia a quelle di un paese: ecco l'Iran a spirale di Farhadi. Un capolavoro

19 Ottobre 2011
5/5
Una separazione
Una separazione

Sistemato Panahi, il regime iraniano dovrà fare i conti adesso con Asghar Farhadi. Che è persino più pericoloso, vista la capacità di dialogare con il grande pubblico. Farhadi è abile nel camuffare il dovere di critica dietro il diritto (ancora tollerato, ma per quanto?) di narrare storie appassionanti e – in apparenza – neutrali rispetto alla questione politica. Qualità che era già emersa nel precedente About Elly, dove la vacanza al mare di un gruppo di amici finiva in tragedia. Quel film si concludeva con l’immagine di una macchina arenata sulla spiaggia, simbolo neanche troppo nascosto di un paese impantanato nelle sabbie mobili delle proprie interne lacerazioni.
Con Una separazione – Orso d’oro a Berlino, d’argento al cast maschile e femminile, candidato iraniano all’Oscar – fa un ulteriore passo avanti. A partire dal percorso tortuoso che porterà una coppia – Nader (Peyman Moaadi) e Simin (Leila Hatami) – a dividersi, Farhadi disegna una spirale la cui traiettoria si allarga progressivamente ai temi della malattia (il padre di Nader con l’alzheimer), delle classi (lo scarto, culturale ed economico, tra la famiglia sfasciata e quella della badante), della giustizia (solerte ma inadeguata), della religione (chiamata in ballo anche nelle controversie più elementari), della menzogna (praticata sistematicamente). La separazione finisce per espandersi – come un cancro – a tutti i livelli della società iraniana, perciò abbondano nel film vetri rotti, pareti incrinate, muri divisori.
Fahradi sceglie di posizionare la mdp in mezzo, nel cuore della frattura. Cambia continuamente il punto di vista sulla verità. Aderisce alla prospettiva di ogni personaggio, mettendone a nudo umanità, fragilità, bassezze. Addensa il piano: di parole, gesti, sguardi terribili. Lascia lievitare il reale, esplodere le metafore. Il quotidiano viene smosso, i fatti intensificati, drammatizzati, infine rimossi.
Il film è un mulinello emozionale veloce, implacabile. La sua ruota dentata è l’Iran che gira, afferra, dilania. Freneticamente immobile. Dentro il vortice di un impasse.

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