Torno a vivere da solo

Calà cerca la seconda giovinezza ripartendo dal cult di Marco Risi. Ma gli anni '80 sono lontani

5 Dicembre 2008
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Torno a vivere da solo
Torno a vivere da solo

Una moglie perennemente insoddisfatta, due figli adolescenti che nemmeno lo salutano quando rientra a casa. Alla soglia dei sessant’anni, Giacomo (Jerry Calà) ritenta la carta già giocata in gioventù, mollando baracca e burattini (allora erano i genitori oppressivi) per “tornare a vivere da solo”. E il vecchio loft con tanto di tavoletta del water collegata al juke-box lo accoglierà di nuovo.
Quinta regia per Jerry Calà, Torno a vivere da solo è per ammissione dello stesso comico un sequel ideale del fortunato film di Marco Risi (Vado a vivere da solo) datato 1982 e, di fatto, primo titolo che diede il là alla sua carriera da “solista”. L’ex Gatto di Vicolo Miracoli tenta in questo modo di ricatturare fasce di pubblico trasversali, rivolgendosi tanto alle nuove generazioni quanto ai fan del prototipo, regalando solo frammenti di tormentoni divenuti poi veri e propri marchi di fabbrica (dirà “Libidine!” solo una volta, autocitandosi e con sguardo diretto in camera, si accorgerà di quanto fosse “ridicola” la tavoletta del water collegata al juke-box…). Calà chiama a sé amici di famiglia (il figlio di Smaila, Rudy, già impiegato nel terrificante Vita Smeralda e Mara Venier, sua ex – conosciuta proprio sul set nel 1982, anche se poi nel montaggio finale non risultarono scene con l’attuale conduttrice tv – che apre e chiude il film dal piccolo schermo) e vecchie glorie (Don Johnson, al pari dell’ex pornostar Eva Henger, anche se lei  per motivi sentimentali, ormai fedelissimi della “factory Caroletti”, già produttore del temibile Bastardi, più Paolo Villaggio nei panni del papà) per riproporre le dinamiche da instant-movie che fecero le fortune di certo cinema italiano anni ’80: “Allora erano i ragazzi ad andar via di casa?”, “Oggi sono gli uomini sposati”, questo l’assunto del film, che prende poi derive inneggianti alla famiglia allargata: ma l’immediatezza di allora, tanto nella forma quanto nei contenuti, è lontanta anni luce e tutti, dal protagonista agli innumerevoli comprimari (da Tosca D’Aquino a Randy Ingerman, dalla figlia adolescente di Eva Henger a Enzo Iacchetti), sembrano minuto dopo minuto meno convinti di quello che stanno facendo, tra battute via via meno incisive e incastri improbabili. A risollevare la situazione, portando una freschezza insperata, la brasileira Nara Natividade, già valletta nel televisivo Artù di Gene Gnocchi, la cui naturalezza scenica non lascia indifferenti.

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