The Spirit

Potere al fumetto: Will Eisner "rivisto" da Frank Miller. Ma nella società contemporanea il supereroe è diventato uno zombie: senza pubblico

22 Dicembre 2008
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The Spirit
The Spirit

Un ex poliziotto, Denny Colt (Gabriel Macht), tornato dalla morte per combattere il crimine di Central City. E’ lui The Spirit, tratto dalle strips del genio Will Eisner, che segna la prima regia in solitaria del fumettaro Frank Miller, dopo quella a quattro mani con Robert Rodriguez per Sin City (in carnet, anche il soggetto di 300).
Mostro sacro dei comics, dietro la macchina da presa Miller non rinuncia all’estetica da balloon, avvalendosi di un signor cast: tra gli altri, Samuel L. Jackson, Eva Mendes e Scarlett Johansson. “Spirit è il tipico gentleman. Era innamorato di una donna, Sand Saref (Eva Mendes), che è diventata una formidabile ladra di gioielli. In lui – dichiara Miller – convivono lo spirito del poliziotto, che gli impone di arrestare Sand, e quello dell’innamorato, che vorrebbe salvarla e tenerla per sé”.
Questo, eterno, conflitto tra il dovere e il cuore caratterizzava anche il suo Batman a fumetti (Il cavaliere oscuro): “E’ il dilemma nascosto di ogni supereroe. Ma quello che spinge Spirit più di ogni altra cosa è l’ansia di sapere perché non è morto pur essendo morto”, conferma Miller. Se a far il supereroe sono dunque cuore, dovere e conoscenza, nulla è nuovo sul fronte eroico, della serie “fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza…”.
Il problema è che la società è cambiata, e questi (super)eroi non fanno più notizia, o almeno non riescono più a mantenere le promesse e le premesse: se per il semiologo Juri M. Lotman l’eroe è il travalicatore di confini – uno per tutti, Ulisse – ebbene sono in pochi oggi ad avere capacità trasgressiva rispetto alla norma. In primis, perché in un’epoca in cui la  – supposta – trasgressività edonistica è pane quotidiano, all’eroe manca il gap fondativo, il primo gradino differenziale. Da qui, lo sfalsamento di piani ontologici cui sempre più assistiamo in letteratura e sugli schermi “supereroici”: che sono Hancock, il supereroe alcolizzato di Will Smith, i celebri Incredibili animati, il puzzolente Hellboy di Guillermo Del Toro e molti altri se non supereroi disfunzionali, forse addirittura disabili? Di fronte, al superomismo estetizzante a uso e consumo massmediatico il supereroe è costretto a mischiare le carte, fare di disabilità virtù, ovvero aprirsi a una debolezza, un vulnus e una colpa che sono espressione piena di una paradossale antieroicità.
Il supereroe oggi, anche quello animato e/o formato famiglia, è a due facce, come l’Harvey Dent de Il cavaliere oscuro di Christopher Nolan, uno e bino, bello e scarificato, medio sproporzionato tra l’eroe Batman e la nemesi Joker, volto spaccato da un manicheismo divenuto impossibile.
Al di là degli innegabili meriti di regia e interpretazioni, forse il vero surplus de Il cavaliere oscuro è proprio questa fedeltà etimologica nello stato dell’arte, con un formidabile trio identitario: A (Batman), nonA (Joker) e diverso da A (Due Facce).
Ed è in questa definizione per diversità che affonda l’attuale, forse definitiva, crisi dell’eroe: se The Spirit di Miller barcolla già nella mancanza di coraggio eidetico, l’asetticità dell’omaggio al noir anni ’40 e l’incapacità emozionale, il suo vero fallimento sta nella riproposizione stucchevole di un eroe che non ha più chi possa ritenerlo tale, ovvero la società contemporanea. E il suo essere un morto non morto, undead, è spia scoperta di ciò che oggi è diventato: uno zombie.

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