The New World

Una sottile linea rossa di sangue sul mito interrazziale. Per il ritorno - elegiaco ed ideologico - di Terrence Malick alla regia

13 Gennaio 2006
The New World
The New World

“C’era movimento sopra l’acqua, c’erano uccelli che volavano probabilmente senz’altra ragione che la sola bellezza”. È l’incipit di Elegia del viaggio di Sokurov, ma è utile per accedere al poema visuale The New World, quarto film nella carriera trentennale di Terrence Malick. Bellezza, elegia e viaggio: questi i cardini della rilettura malickiana dell’amore che fu tra il soldato di ventura John Smith (un mono-espressivo Colin Farrell) e l’indiana Pocahontas (la folgorante esordiente Q’Orianka Kilcher). È proprio lei, sfrondata della melensa sovrastruttura del cartoon disneyano, a rifulgere di bellezza, in fusione panica con la natura di una Virginia ancora vergine oggi. Malick covava il progetto sin dagli anni ’70, con un intenzione esplicita: tracciare una sottile linea rossa di sangue sul mito interracial. E’ questo il presupposto ideologico del film contrappuntato poeticamente – come abbiamo detto – dal trittico bellezza, elegia, viaggio: un substrato socio-politico da cui discende innanzitutto un’inversione. Il nuovo mondo non è la Virginia attraccata dagli inglesi nel 1607, bensì la Gran Bretagna a cui approda Pocahontas-Rebecca, quale principessa della Virginia da esporre alla curiosità dei reali e della nobiltà. Un mutamento in primis di sguardo: è attraverso gli occhi di Pocahontas  che noi e Malick guardiamo il film e la contrapposizione tra la fierezza della tribù dei nativi e la sporcizia morale del fortino della civiltà. Un procedimento dialettico travalicato dal contatto di amorosi sensi tra il soldato e l’indianina e sopito dalla camera di Malick, che regala inquadrature-quadro sature della cultura naturale dei nativi. Campi intrisi di una bellezza endemica, irriducibile a una traduzione, se non catalizzata dall’amore. E’ da una dolente nostalgia che fluisce il corso elegiaco del film, che si snoda in anse placide e lente, persino noiose. Perchè il film intacca anche la dimensione temporale: ciclicità indigena vs. cronologia civilizzata, questo il dissidio di fondo. Una dicotomia fondamentale irriducibile sul piano spaziale, ovvero i viaggi tra vecchio-nuovo mondo. Non casualmente l’epilogo si consuma durante questo impossibile collegamento. Anzi, forse prima. Pocahontas rimane “soffocata” dal bustino che ne irregimenta il suo nuovo status civilizzato: la sua estroversione, le “cattive maniere”,  il danzare nella natura selvaggia della Virginia vengono annullate nelle rigide geometrie di un giardino all’inglese. La stessa fine del Barry Lindon kubrickiano.

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