The Informant!

Damon gigantesco e bipolare per un Soderbergh in ottima forma. Complici in un crescendo di irresistibili menzogne

17 Settembre 2009
4/5
The Informant!
The Informant!

1992. Il biochimico di una multinazionale, Mark Whitacre (Matt Damon, gigantesco), inizia a collaborare con l’agente FBI Brian Shepard (Scott Bakula) per portare a galla la condotta fraudolenta dell’azienda, a suo dire implicata in una truffa del controllo dei prezzi. Felicemente sposato, tre figli (di cui due adottati…), Whitacre registrerà oltre duecento conversazioni, filmando anche alcuni incontri tra i vertici della società e le aziende concorrenti nel mondo, per documentarne gli “accordi”. In due anni e mezzo, la sua vita cambierà drasticamente… Il cartello iniziale di The Informant! non lascia spazio a fraintendimenti: “Questa storia è basata su fatti reali. I personaggi e le situazioni sono stati però mischiati. E i dialoghi sono stati adattati. Beccatevi questo!”. Dal libro di Kurt Eichenwald, lo sceneggiatore Scott Z. Burns (The Bourne Ultimatum) mette nelle mani di Steven Soderbergh un gioiello di scrittura, congegno che il regista di Atlanta sfrutta al massimo delle (sue) potenzialità, supportato da un Matt Damon – ingrassato, con parrucchino, tremendamente bipolare – ai vertici della carriera: doppio (triplo, quadruplo…) giochista inconsapevole o straordinario stratega in grado di manipolare persone e situazioni? Mark Whitacre racconta storie, in continuazione, inventa personaggi, falsifica documenti, ascolta gli interlocutori e intanto ragiona – con se stesso – sul perché le cravatte in sconto in un certo negozio siano sempre quelle con un certo disegno o su quale sia, per ogni essere umano, l’ultima frase da pronunciare prima di morire. E’ straordinariamente preparato, fa sue tutte le ricerche di varie riviste scientifiche (per questo va in giro a raccontare che da bambino, piccolissimo, i suoi genitori morirono in un incidente e venne adottato, “la gente ti prende maggiormente in considerazione”…), guadagna 350.000 dollari all’anno (e svariati milioni in modo illecito), ma non riesce a non costruire un intricato apparato di menzogne che, alla fine, gli si ritorcerà violentemente contro.
Controllando l’evoluzione di una situazione progressivamente incontrollabile, Soderbergh torna ai livelli del suo miglior film (Bubble), mischiando l’inquietudine derivante da un disturbo difficile da contenere, l’apparente presa di coscienza di un sé condannato all’eterno “movimento”, l’irresistibile e naturale comicità di un personaggio che Matt Damon sembra aver interpretato da sempre. Da non perdere.

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