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The H@llow Man
Dalla Tunisia negli ultimi anni sono arrivati molti film interessanti, soprattutto diretti dalle donne, che hanno portato uno sguardo maturo e audace su tematiche molto sentite e personali in un Paese che ha subito una serie di trasformazioni anche traumatiche.
Kamel Laaridhi, però, è uomo e decide di puntare subito molto in alto con The H@llow Man, suo esordio nel lungometraggio di fiction (ospitato dalla SIC a Venezia 83), cercando di dare un messaggio universale ibridando poesia, memoria e (in apparenza) fantascienza distopica. Dichiara le sue ambizioni fin dall'inizio, mettendo in esergo la celebre frase di Antonio Gramsci, “Il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri”. In due ore e 7 minuti, Laaridhi racconta una storia che sembra guardare a tratti a Tarkovskij, senza mai avvicinarsi all'intensità del regista russo, ambientando gli eventi in un futuro verso cui sembrano indirizzate le nostre società ipertecnologiche, divise in guerre fratricide di religione e potere.


The H@llow Man
Nel 2059 sono passati 10 anni dalla “grande catastrofe”, quando un evento devastante non specificato ha spazzato via l'80 per cento della popolazione mondiale. Per evitare che questo succeda di nuovo, i leader sopravvissuti hanno imposto la misura drastica di impiantare un bio-chip in ogni cittadino, una tecnologia inizialmente efficace che ha però seri effetti collaterali, ovvero la scomparsa della memoria a lungo termine e la soppressione delle emozioni, rendendo gli esseri umani docili e distaccati come li vuole il potere.
L'unico modo per sconfiggerne le conseguenze è sottoporsi a ipnosi, una pratica sviluppata dal movimento di resistenza, proibita e considerata un atto di terrorismo dai governi. Il protagonista incontra uno degli individui che la pratica, un “fabbro del pathos”, che aiuta a ritrovare le emozioni attraverso la poesia, cambiandone alcuni versi. Arriva qua il senso del titolo, citazione singolare e tecnologica della celebre accorata poesia di T.S. Eliot, The Hollow Men, gli uomini vuoti, gli spaventapasseri, scritta nel 1925 dopo i traumi della prima guerra mondiale.
Il protagonista, durante l'ipnosi, entra in un bosco e arriva ad una casa sporca, diroccata e senza elettricità, dove trovano rifugio un uomo e due donne, la più grande interamente coperta dal niqab e la più giovane incinta. Sono lì sotto falso nome e la loro permanenza ha a che fare con l'ISIS e un attentato suicida. Altro non raccontiamo della trama (che non offre per altro particolari sorprese), che vede l'uomo ipnotizzato, attraverso le emozioni risvegliate in lui da questo viaggio, ricordare anche quello di cui non può esser stato testimone e capire il legame che ha con questi personaggi.


The H@llow Man
Insomma, in The H@llow Man c'è di tutto: distopia, repressione, un mondo in cui i cellulari funzionano anche senza elettricità, terrorismo, fanatismo religioso, indottrinamento, violenza sulle donne, rivolta, passato e presente, la poesia come arma e perfino un finale da film sperimentale, come se Laaridhi temesse di essersi dimenticato qualcosa.
Il risultato è un'opera che si continua comunque a seguire come in stato di ipnosi (e in questo diamo atto al regista di riuscire a farlo nonostante la lentezza e l'oscurità dell'ambientazione), ma la montagna di suggestioni che cerca di immettere nel racconto alla fine a nostro avviso partorisce, per quanto ci riguarda. il proverbiale topolino.
Sicuramente The H@llow Man è un tentativo inedito e coraggioso nell'ambito del cinema nordafricano di sconfinare nel genere, ma una volta finito l'effetto ipnosi ci siamo risvegliati delusi da un sogno che sulle prime sembrava bello ma che poi si è rapidamente trasformato in un déja-vu.



