Oda Nobunaga, Akechi Mitsuhide, Abe Nobuyuki... i nomi dei generali degli eserciti del Giappone feudale riecheggiano solo evocati in questa opera di Kiyoshi Kurosawa e sono gli stessi che già si agitavano in Kubi, il gran film che Takeshi Kitano aveva portato a Cannes nel 2023, ambientato nello stesso periodo e nelle stesse zone, tra Harima e Settsu (a dire il vero, ci ricordiamo i nomi delle regioni e quelli delle figure storiche principali perché abbiamo passato oltre 100 ore da quelle parti grazie al recente Assassin’s Creed Shadows che rievoca quell’epoca e le guerre che la agitarono…).

Va da sé, i toni sono molto diversi tra i due titoli, quella di Kitano è un’epopea grottesca inzuppata di sangue e teste mozzate (che tornano anche qui, in verità, ma senza habeas corpus) mentre per tutto Kokurojo Kurosawa tiene la violenza sistematicamente ai margini della scena, si tratta probabilmente del film di samurai meno efferato di sempre (quasi al pari dell’Harakiri di Takashi Miike, sorprendentemente misurato almeno in quell’occasione, visto sempre a Cannes nel 2011). Niente combattimenti di lame affilate o coreografie di eserciti che si affrontano in campo aperto, Kurosawa tiene l’inquadratura fissa e larga sulle stanze di questo castello sotto assedio, in un film sostanzialmente da camera (le sequenze all’esterno della magione sono sparutissime), con pochissimi movimenti di macchina, e take molto lunghi senza stacchi.

L’ispirazione viene dal romanzo omonimo di Honobu Yonezawa del 2021, considerato un libro “di genere”, un mystery d’ambientazione storica che non è difficile capire come mai abbia affascinato il regista di tanti film di spie (come il recente Wife of a spy) e indagini soprannaturali (il capolavoro Sakebi), anche se stavolta il meccanismo giallo sembra davvero un espediente per parlare al nostro presente, alla nostra epoca di conflitti e sopraffazioni in nome di chissà quali leggi divine – e infatti di “punizione divina” si parla a lungo nel corso delle quattro micro-investigazioni che attraversano Kokurojo (una per ogni stagione dell’anno), della differenza tra la visione buddista e quella cristiana, dei relativi fanatismi di chi dovrebbe arrogarsi il diritto di infliggerlo, questo castigo dall’alto.

E allora Kurosawa piazza la macchina esattamente ad altezza di sguardo divino, poco al di sopra di una prospettiva dal punto di vista umano, ed è da lì che osserva questi intrighi di palazzo di scrigni di tè pregiatissimo rubati, bambini ammazzati, colpi di fucile mascherati dai fulmini, mentre vengono districati dal signore del castello grazie all’aiuto dell’intuito da detective di un astuto prigioniero che vive incatenato nelle segrete perché il nobile protagonista si ostina a non voler uccidere, azzardandosi addirittura a disubbidire alle regole d’onore dei samurai. C’è bisogno di rendere l’allegoria ancora più esplicita di così?

Il risultato è un’opera di nitore abbacinante, un film in ogni senso monumentale che conferma il ritorno di Kiyoshi Kurosawa a quei livelli altissimi a cui eravamo abituati considerare il pazzesco autore di Kairo, Tokyo Sonata e Penance, giusto per citarne tre, dopo un periodo un po’ opaco di produzioni con ogni evidenza meno personali e destinate al flusso gigantesco del mercato giapponese di opere interpretate dalle idol nazionali e così via – che Kurosawa avesse ritrovato la felicità espressiva ce lo aveva annunciato il precedente, straordinario Cloud, una profezia sui nostri tempi non meno lucida di questa.