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Usare la filosofia non come semplice materia di studio, ma come guida per salvare la propria vita, è uno dei temi più stimolanti del racconto contemporaneo. Quando gli errori pesano troppo e le distrazioni quotidiane non bastano più, la ricerca della verità rimane l'unico appiglio per non crollare. Interrogarsi sul senso della morale smette così di essere un puro esercizio teorico e si trasforma in un mezzo concreto di sopravvivenza, in cui i libri e il pensiero critico diventano l'ultimo tentativo per ritrovare la pace interiore.
Su questo terreno di dolorosa resa dei conti si innesta The Basics of Philosophy di Paul Schrader, presentato fuori concorso nella sezione Venice Open all'83ma edizione della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia. Schrader espande la serie di film dedicati all'archetipo dell'uomo recluso in uno spazio fisico e mentale. Si muove nel solco del filone espressivo iniziato con le sceneggiature di Taxi Driver e Yakuza, e consolidato nella trilogia formata da First Reformed, Il collezionista di carte e Il maestro giardiniere.
Il trauma individuale si intreccia con una disciplina quotidiana usata come scudo contro il mondo: che sia la tenuta di un diario, il conteggio delle carte o la potatura delle piante, i protagonisti si costruiscono un temporaneo rifugio emotivo prima dell'inevitabile epilogo. The Basics of Philosophy segna inoltre il rinnovo dello storico legame con Martin Scorsese, salito a bordo come produttore esecutivo a pochi giorni dal debutto in laguna.
La narrazione ruota attorno al Dr. John Jorissen, un docente interpretato da Jack Huston, costretto a misurarsi con i fantasmi del passato e con la speranza di un riscatto. Se nei capitoli precedenti i personaggi esprimevano il proprio tormento attraverso le armi, il gioco d'azzardo o la cura della terra, qui il confronto avviene interamente sul terreno dell'intelletto.
La discussione con la figura del filosofo Baruch Spinoza, impersonato da Karl Glusman, diventa così la chiave per scavare dentro di sé e ammettere finalmente una colpa tenuta nascosta. La struttura della storia riflette la severa educazione calvinista del regista, in cui non esistono scappatoie facili: per ritrovare la pace interiore occorre guardare in faccia i propri errori, accettare la sofferenza e cercare una vera purificazione spirituale.
The Basics of Philosophy è un film profondamente (forse troppo) teorico e al centro Schrader pone la stessa domanda etico-filosofica già affrontata in tutta la sua carriera: è possibile oggi perdonare le colpe di un tempo? L’uomo può cambiare, può redimersi? Per Spinoza non c’è riscatto nel dolore, anzi: "il pentimento non è una virtù, ossia non nasce dalla ragione; ma colui che si pente di ciò che ha fatto è due volte miserabile o impotente". Rielaborando Spinoza, la vera riparazione è nella conoscenza. La via della salvezza non è etica, fondata sul binomio colpa/peccato, ma conoscitiva: non ci si libera dal male soffrendo per averlo commesso, ma capendo perché lo si è commesso per poter agire meglio in futuro.
In The Basics of Philosophy il ragionamento parte da Cartesio, il problema però è che lo sviluppo di questa teoria non è al livello di precedenti film come First Reformed, uno dei migliori titoli degli ultimi decenni. In quel caso Schrader rispettava pienamente i tre principi da lui stesso posti alla base della rappresentazione del trascendente nel cinema: la quotidianità (il quotidiano anonimo e banale), la scissione (la disparità crescente tra l'uomo e l'ambiente) e la stasi (il blocco decisivo, da cui deve iniziare il nuovo corso). Rethinking lo chiama Schrader. Mettere da parte le certezze, imparare dal passato, e "ripensare". Ma Schrader ancora una volta in The Basics of Philosophy rimane uguale a sé stesso, non va oltre, riproponendo in una chiave diversa la stessa storia.
La filosofia e la ricerca dell’essenza della propria esistenza non sono mai un esercizio innocuo, ma un percorso faticoso e consapevole, che purtroppo qui non riescono a raggiungere il traguardo.



