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Skateboarding Is Not for Girls - COPYRIGHTS by Gjorgji Klincarov
Esiste un confine tra i riti, le tradizioni che si tramandano da secoli, definendo luoghi e culture, e il diritto all’autodeterminazione di chi, in quei luoghi e quelle culture, porta avanti con difficoltà la propria esistenza?
È questa la domanda sotterranea del secondo film da regista della macedone Dina Duma (premiata al Tribeca con il Nora Ephron Award), che dopo Sestri (Sisterhood) torna a riposizionare lo sguardo ad altezza adolescenziale con Skateboarding Is Not for Girls, in Concorso Progressive Cinema alla Festa di Roma.
Adela ha undici anni, va sullo skate e vive a Skopje, con la mamma Esma e la sorella più grande, Zara. Il padre è emigrato per lavorare in Svizzera e, teoricamente, di tanto in tanto dovrebbe provvedere ai loro bisogni inviando del denaro. Ma l’affitto e le bollette sono in ritardo di sei mesi e il solo impiego come collaboratrice domestica di Esma non basta più a sopravvivere. Trovare altri impieghi è praticamente impossibile, l’unica alternativa che rimane, a malincuore, è combinare un matrimonio per Zara.


La regista Dina Duma
Co-sceneggiato anche da Teona Strugar Mitevska (Dio è donna e si chiama Petrunya), il film di Dina Duma (in soli 82 minuti) riesce a catturare la quotidianità e la vitalità delle nuove generazioni femminili in un paese e una cultura ancora fortemente condizionati da tradizioni anacronistiche e tremendamente patriarcali come quella del “mercato delle spose”.
C’è una scena, più di tutte, che restituisce l’affresco tragicomico dell’intera questione: le famiglie con i figli maschi che si portano in una specie di sagra all’aperto per visionare le ragazze che le famiglie delle figlie femmine decidono di mandare in spose: una vera e propria “fiera del bestiame”, dove la donna non è altro che un corpo-oggetto da mercanteggiare.
Per non parlare dell’attesa sotto la casa dei novelli sposi, la prima sera di nozze, per vedere le lenzuola sventolanti dalla finestra, che dopo il primo rapporto sessuale decretano – o meno – la precedente illibatezza della moglie…


Skateboarding Is Not for Girls
Adela – nei suoi sguardi e nella sua ribellione la speranza di un’emancipazione possibile – spera di poter salvare da tutto questo la sorella (che in realtà ama segretamente un altro) iscrivendosi ad un contest di skate, magari vincendo il primo premio per scongiurare la crisi economica in cui versa la sua famiglia. Non è una fuoriclasse, la ragazzina, ma quella tavola da skate, come da titolo, diventa il simbolo stesso di una generazione che rifiuta di stare al gioco e sceglie di riappropriarsi del proprio futuro, un trick e una caduta alla volta.
La regia di Duma, mai autocompiaciuta, riesce a restituire l’ansia, il desiderio di fuga e la fame di libertà di queste giovani donne, ingabbiandole in quei contesti retrogradi (la sequenza della visita nella sfarzosa casa del futuro sposo…) e liberandole come nelle corse di Adela sullo skate, catturate dagli split screen e commentate musicalmente da notevoli tracce urban rap: il film si muove così tra l'asfalto ruvido delle periferie di Skopje e l'intimità spesso soffocante degli interni domestici, con quel peso schiacciante di case e piazze imbevute di un folklore restrittivo, in cui ogni spazio sembra progettato per sorvegliare ed escludere il corpo femminile.
Sfumature entro le quali si muove anche la figura della madre (Simonida Selimovic), incastrata tra l'amore viscerale per le figlie e l'assenza di vie d'uscita economico-sociali, dipinta dal film con intelligente complessità per evidenziare come la gabbia del patriarcato finisca per stritolare anche chi si ritrova, suo malgrado, a farne da custode.



