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I See Buildings Fall Like Lightning © Like Lightning Ltd. / Chris Harris
Si vogliono bene da sempre, cinque amici cresciuti in un quartiere popolare di Birmingham, dove si sono conosciuti a dieci anni, nel 2005, mentre i grandi palazzi popolari costruiti nel dopoguerra venivano demoliti per favorire la rigenerazione urbana. Più di vent’anni dopo, tra cantieri abbandonati e opere incompiute, quei cinque amici fanno i conti con vite che non sono all’altezza di quelle sognate. Rian ha fatto i soldi giocando in borsa ma lotta con la nostalgia per ciò che è stato e forse mai più sarà. Oli si arrangia spacciando e non si è mai liberato dalle dipendenze per alcol e droghe. Conor sta diventando padre ma non riesce a gestire le preoccupazioni legate alla prima opera come capocantiere. Patrick detto Pat, che ha studiato per costruire una società più giusta ed equa, fa il rider per necessità, mentre Shiv, che ama da quando aveva quindici anni e con la quale ha due figlie, si dedica alla cura della famiglia madre malata.
I See Buildings Fall Like Lightning ovvero Vedo palazzi cadere come fulmini, titolo che dice tutto senza cedere agli spiegoni, inizia con un momento di felicità: i cinque amici di sempre che festeggiano in un pub, cantando e bevendo, perché la vita sarà pure difficile ma non c’è niente che non si possa risolvere stando insieme. Un incipit che è anche un epilogo, giacché il film di Clio Barnard – tratto dal romanzo di Keiran Goddard, adattato da Enda Walsh – racconta una fase cruciale del romanzo collettivo che accoglie, incrocia e mette alla prova le esistenze dei cinque personaggi. Trovano un equilibrio straordinario nell’esplorare la loro intimità senza mai perdere di vista il contesto sociale da cui provengono: un’Inghilterra periferica, depressa, piena di strade vuote e case che nascondo situazioni al limite, che si ritrova al pub – unico luogo comunitario – per annegare i dolori e farsi compagnia mentre tutto crolla.


Con empatia e passione, coscienza politica e temperatura emotiva, Barnard aggiorna la lezione del Kitchen sink realism, consapevole che una società si può capire soprattutto osservando il quotidiano di quella che un tempo chiamavamo classe operaia. E che oggi, in quest’epoca dominata dalla finanza speculativa e sacrificata sull’altare del profitto, devastata da una crisi fatta di tante crisi (le case che mancano, le disuguaglianze economiche, la precarietà lavorativa, la salute mentale) e disumanizzata perché in mano agli algoritmi, non può nemmeno prenotare un posto in Paradiso ma solo coltivare il disincanto verso un mondo che non sarà mai all’altezza dei nostri bisogni. Un “tema” che non è mai forzato né estemporaneo, addirittura potente perché si riflette nelle esperienze umane dei personaggi con una lucidità già presente nel testo all’origine ma esaltata dalla regista.
Rian, l’unico che ce l’ha fatta a emanciparsi dal disagio economico, sembra quasi voler espiare la fortuna ottenuta, esponendosi alle accuse – anzi: alle recriminazioni – di Pat, un idealista che vede in lui il rappresentante di un’élite impegnata a mercificare ogni bene e disinteressata a investire nel benessere della comunità. Conor, invece, incarna una mascolinità infragilita dalle aspettative altrui, che siano quelle del padre ormai morto dal cui giudizio pare continuare a dipendere o di una famiglia (allargata) che comincia a dubitare della sua solidità. E se Ol, tanto allegro quanto schiacciato dalle pressioni, trova la forza di cambiare vita dopo una visione traumatizzante, Shiv si impone come il vero collante del gruppo, una donna tenace a cui spetta sempre il compito di ristabilire l’armonia. Lo spaccato di una generazione, certo, ma anche di un pezzo di società inglese che si fa specchio del mondo.


È un film bellissimo, I See Buildings Fall Like Lightning, un ritorno al realismo sociale capace di unire impegno civile e matrice popolare, incredibilmente malinconico e incalzante, dolce e inquieto come può esserlo un magnifico incontro tra suggestioni di Vitelloni e Ricorda con rabbia, My Beautiful Laundrette e Rita, Sue and Bob Too. Struggente e coinvolgente, modulato sulla sua colonna sonora (Harry Escott più repertorio) e illuminato dalle interpretazioni del cast, splendidamente affiatato e credibile: Anthony Boyle, Joe Cole, Jay Lycurgo, Daryl McCormack, Lola Petticrew. Audience Award della Quinzaine des cinéastes all’ultimo Festival Cannes, in concorso alla Festa del Cinema di Roma.



