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Massimiliano Caiazzo in Je so' pazzo
Pino Daniele era un’anima libera e profondamente sensibile, un poeta della musica capace di trasformare la malinconia in bellezza e le emozioni più intime in qualcosa in cui tutti potessero riconoscersi. Attraverso le sue canzoni ha dato prova di essere un autore autentico, con un timbro di voce che non ha uguali nell’evocare inquietudine, vulnerabilità, nostalgia: in altre parole come ha cantato lui stesso ‘a pucundria, cioè quel senso di disagio esistenziale che scoppia in petto ogni minuto.
Ma chi era veramente Pino Daniele, l’uomo privato lontano dai riflettori dei concerti e dalle luci delle apparizioni televisive? Una risposta prova a darla Nicola Prosatore con Je so’ pazzo, ispirato al libro Pino Daniele. Tutto quello che mi ha dato emozione viene alla luce di Alessandro Daniele, biopic poco tradizionale che scava nella vita del cantautore fino a risalire alle origini del malessere. Una ferita che ha inizio nell’allontanamento da parte della famiglia naturale che non aveva mezzi per crescerlo, salvo poi tirar su i fratelli nati dopo di lui, e soprattutto nel rapporto anaffettivo con un padre interessato solo al gioco, alle scommesse, ai soldi.


Je so' pazzo
Quello che appare sullo schermo è prima un bambino e poi un ragazzo non ancora soffuso dell’aura della star – il film si ferma al 1981 – che però possiede già il carisma naturale che lo contraddistinguerà da adulto. Un giovane in perenne lotta con l’esistenza che fin da piccolo, accudito da due zie-mamme, sognava di fuggire lontano dall’amata e odiata Napoli per liberarsi dal peso di un'infanzia lacerata.
Je so’ pazzo non insegue la mera biografia, semmai ritaglia momenti chiave, sottolinea passaggi di maturazione, illumina epifanie creative senza per questo infilarsi nelle trappole dei biopic illustrativi di stampo italiano nei quali spesso i periodi di dolore e le cadute scivolano via senza lasciare il segno. Prosatore ha scelto invece di lavorare intorno ad essi rintracciandovi parte della genesi della poetica di Pino Daniele, artista nella cui anima le ferite non si sono mai rimarginate. Non a caso è nei passaggi più amari che emerge il lavoro di sublimazione delle lacerazioni tramite la musica, amica che non lo ha guarito del tutto ma ha certamente lenito parte della sua sofferenza. Una strada che ha permesso al regista napoletano di non abbandonarsi al sentimentalismo né alla costruzione di un santino, operazione che il cantante non avrebbe mai approvato.


Massimiliano Caiazzo e Mariasole Pollio in Je so' pazzo
Il film, oltre a raccontare l’autore di Quando nei suoi primi ventisei anni, è anche un omaggio e al tempo stesso una messa in discussione di Napoli: luogo dal quale Pino Daniele, come molti napoletani, era fuggito pur continuando ad amarla di un amore totale. Una città di cui il regista non ha paura di mostrare le viscere più buie e pericolose, cui fa da contrappunto il corpo inquieto e indomabile dell’artista refrattario a ogni equilibrio, insofferente alle costrizioni, quasi attratto da quelle trasformazioni che finiscono per consumarlo.
In questo molto Je so’ pazzo deve a Massimiliano Caiazzo, che per calarsi nei panni di Pino Daniele è ingrassato venticinque chili regalando al personaggio una notevole credibilità fisica. Una trasformazione cui corrisponde un lavoro interiore per restituirne le contraddizioni, le irrequietezze, gli slanci emotivi nonché il sottile stupore nei confronti del mondo che sempre lo accompagnava, una disposizione d’animo che Caiazzo riassume mantenendo un sorriso quasi fisso stampato sul volto.


Je so' pazzo
Non da meno, accanto a lui, il coro di attori che compongono la cerchia familiare e musicale, a cominciare dalle zie interpretate magnificamente da Antonia Truppo e Monica Nappo, per finire con Giovanni Ludeno, il padre inadeguato. Figure di una Napoli refrattaria a catalogazioni, per natura sfuggente a qualsiasi incasellamento definitivo.
Come Napoli, Pino Daniele resta una creatura di contrasti: difficile da trattenere, impossibile da esaurire in una sola immagine, capace di ferire e incantare, respingere e richiamare a sé. Je so’ pazzo prova a restituirne proprio l’irriducibilità, ricordandoci che dietro la voce inconfondibile non c’era un mito senza ombre, ma un uomo che ha continuato a cercare, nella musica, una casa forse mai trovata del tutto. Ed è in questa zona irrisolta, lontana dalla celebrazione e dal mito, che il film trova la sua vena più autentica.



