Un evento traumatico può stroncare la creatività di un artista? Se lo chiede Salman Rushdie, in piedi davanti alla finestra, tra la lunga riabilitazione dopo l’attentato subito il 12 agosto 2022 e la presentazione del romanzo che aveva già completato, La città della vittoria. Com’è noto, Rushdie, durante un incontro pubblico nello Stato di New York, fu colpito da quindici coltellate nell’arco di pochi secondi, riportando lesioni gravissime e la perdita dell’occhio destro. Cosa può fare uno scrittore dopo aver visto davvero la morte in faccia, a trentatré anni dalla fatwa lanciata dall’āyatollāh Khomeynī dopo la pubblicazione di I versi satanici (questione “risolta” diplomaticamente nel 1998)? Può scrivere di sé. E non tanto per un bisogno terapeutico ma come reazione, riflessione, denuncia, presa di posizione, anche se, come sostiene lo stesso Rushdie, “le poesie non fermano i proiettili e i romanzi non impediscono le guerre”.

Da quell’esperienza è nato Coltello. Meditazioni dopo un tentato assassinio, memoir di un sopravvissuto ma anche autobiografia di una vita salvata. Dove Rushdie interroga il suo passato remoto, dal rapporto col padre ubriaco alla questione delle radici (di buona famiglia indiana, da adolescente si trasferisce in Gran Bretagna, adottandone lo stile di vita ma senza mai sentirsi parte di quella comunità), fino al clamore dei Versi con relativa condanna a morte e alla riappropriazione della vita pubblica attraverso una discussa sovraesposizione mediatica. La biografia di Rushdie è quella del suo corpo: prima estraneo se non marginalizzato nella (prima) patria che si è scelto, poi ridotto dai fondamentalismi islamici a foto segnaletica per la taglia, fantoccio da bruciare, caricatura da squarciare, carne da macellare, dopo ancora figura mondana da rivista patinata.

Il vero interesse di questo Knife: The Attempted Murder of Salman Rushdie sta proprio in questa messa in scena di un corpo da sempre esposto e minacciato che si percepiva ormai “al sicuro” (l’attentato arriva nel momento più inatteso, quando le sue conferenze non fanno registrare i sold out e i suoi romanzi non sono più un vero argomento di dibattito). Un simbolo della libertà d’espressione che vediamo tumefatto, ricucito, gonfio, livido, straziato. Un reduce che vuole imporre la narrazione, eludendo – finché possibile – le riprese del tentato omicidio hanno fatto il giro del mondo.

Dal sesto giorno di ricovero, Rushdie e la sua quinta moglie, la poetessa e artista visiva Rachel Eliza Griffiths, hanno deciso di documentare la convalescenza dello scrittore. Non è solo il resoconto di una lunga terapia sanitaria ma soprattutto l’esercizio di un potere ben chiaro a un intellettuale come Rushdie: solo prendendo il controllo delle immagini può ribaltare il senso di quell’attentato subito, non aderendo semplicemente al pur naturale ruolo della vittima ma diventando protagonista di una non-fiction in cui convergono la rabbia e l’orgoglio, la vendetta e il riscatto. Cosa evidente quando Rushdie rivela di non avere alcuna intenzione di perdonare l’attentatore e, per beffa, si fa inquadrare fuori dal carcere dove è recluso quel ventiquattrenne “nato dopo la fatwa”.

Non è così facile capire quale sia stato l’apporto di Alex Gibney, da sempre abituato a scandagliare il lato oscuro dei sistemi. La sua regia sembra piuttosto didascalica, dai riferimenti cinematografici evocati dallo stesso Rushdie (più della partita a scacchi nel Settimo sigillo o i parallelismi “oculari” con Le Voyage dans la Lune, Un chien andalou e Lo scafandro e la farfalla, è più interessante il catalogo dei fendenti, da Psyco in cui “muoiono le persone sbagliate” a Il coltello nell’acqua) agli inserti animati per dare forma alle opere dell’autore fino a certe scelte un po’ frettolose (l’immagine nello specchio). E anche la parte finale, con i volti della vittima e del carnefice che si incrociano in un confronto impossibile, non è particolarmente efficace.

Ma Gibney si riscatta nell’epilogo vero e proprio, quando è lui a prendere in mano la situazione e ci riconsegna le terribili immagini dell’attentato, quelle da cui Rushdie sembra volersi allontanare non solo per l’evidente trauma ma anche per non assecondare chi ha deciso di classificarlo come vittima da compatire e celebrare in quanto tale, a prescindere dal proprio lavoro. E in un film sul controllo delle (auto)narrazioni è una mossa meno banale di quanto appaia.