PHOTO
Scream 7 (2026)
Può esserci ancora, nel cinema horror, qualcosa che non sia semplicemente horror-cinema? In tutti questo tempo, da quando trent’anni fa Wes Craven ha dato vita al franchise di Scream, ci è parso che di tutti i sottofiloni del genere lo slasher fosse quello meno incline a lavorare sulle ragioni profonde della paura, e il più propenso a speculare sulle sue forme, a svelarne i meccanismi, a dichiararne esplicitamente le regole. In poche parole, a smontare il giocattolo e divertircisi, in pieno impeto postmoderno: coreografie “pulp”, scene di sventramento sempre più iperrealistiche, strizzatine d'occhio ai fan un tanto al chilo, attraverso citazioni, rimandi, camei a raffica.
È stato senz'altro un viaggio divertente, una semi-parodia del genere che ha finito però per svuotarlo progressivamente di contenuti. Forse l'elevated horror, evocato e perculato nel quinto capitolo da una delle giovani leve della saga, nasce anche come fallo di reazione a questo svuotamento. Ad ogni modo, quello di Scream è ormai un universo ipermediatizzato, saturo di segni, totalmente e disinvoltamente costruito sui continui scambi e rimandi tra l'ipotetica realtà dei protagonisti del franchise e il loro raddoppiamento in quanto personaggi iconici di un universo finzionale nato speculativamente sulle loro stesse vicende (la saga di Stab nel mondo narrativo del film). Questo ha ingenerato una forte leva autoreferenziale, spesso però più caciarona e goliardica che realmente interessata a svelare - ammesso che ci sia ancora qualcosa da svelare - i propri procedimenti narrativi. Non a caso sono film dove compaiono sempre telecamere, microfoni, set cinematografici, quinte teatrali, personaggi assolutamente iconici dell'immaginario americano: poliziotti, sceriffi, giornalisti televisivi, e naturalmente gli immancabili teenager da squartare.


Scream 7 (2026)
Teenager che, a testimonianza di un faticoso processo evolutivo della saga, dal quarto capitolo in poi hanno cominciato a convivere con i "padri e le madri" della storia. Così Sidney Prescott, interpretata da Neve Campbell (assente nel sesto episodio per una controversia contrattuale), torna per vedersela non solo con Ghostface, ma con la figlia diciasettenne Tatum (Isabel May). Ed è proprio su di lei e il confronto con l’ingombrante genitrice che il film costruisce il suo asse narrativo più interessante. A Tatum, che si dilette in recitazione guarda caso, manca qualcosa: carattere, presenza, quella scintilla che invece la madre possiede. Glielo dice senza troppi giri di parole il regista con cui lavora sul set, ricordandole di essere la figlia di Sidney Prescott, la donna che ha attraversato più traumi di chiunque altro nell'intero universo di Scream e li ha trasformati in punti di forza.
Al fianco dell’inossidabile eroina ritroviamo Gale Weathers, la cronista d’assalto incarnata da Courteney Cox, ormai «la regina di Scream più longeva», come ha dichiarato l'attrice stessa con ironia. E poi il marito di Sidney, Mark, affidato a Joel McHale, simpatico protagonista di Community, qui nei panni di un poliziotto. Tra i camei c’è anche quello di David Arquette, che “ritorna” nel ruolo dell’ormai defunto Linus (anche se qui anche il doppiaggio italiano lo chiama con il nome dell’originale americano: Dewey), ucciso nel quinto film; di Matthew Lillard (Stu Macher, Ghostface del primo Scream) e di Scott Foley (l’assassino nel terzo).
Nostalgia canaglia, per non dire omicida. Mitigata dai volti dei nuovi beniamini, come i gemelli Meeks-Martin, Mindy e Chad, affidati a Jasmin Savoy Brown e Mason Gooding.
Tema dichiarato di questa settima avventura è dunque il rapporto tra “vecchi” e giovani, genitori e figli, creatori e creature: la questione dell'eredità, di ciò che lasciamo agli altri, viene esplicitamente e ripetutamente richiamata. La domanda sottesa è come il nostro modo di elaborare i traumi pesa su chi ci circonda, su chi ci è vicino, ma anche su chi semplicemente incrocia il nostro cammino. Scaltramente, il film declina tutto questo anche come omaggio alla saga delle origini e al suo creatore Wes Craven, a partire dal ritorno di Kevin Williamson, storico sceneggiatore del primo film, qui per la prima volta anche regista. Proprio questo tono sentimentalista però rischia di risultare incongruo rispetto alla poetica dell'horror smart and funny che Craven aveva voluto, e finisce per appesantire la storia forse più del necessario.


Neve Campbell in Scream 7 (2026)
Scream 7 ribadisce poi l'altro polo dello slasher reinventato dalla saga: il giallo, lo whodunit come direbbero gli anglofoni. Preferiamo chiamarlo giallo all'italiana, perché la struttura, orientata al "provate a indovinare" anziché all'analisi indiziaria, si rifà, più che ad Agatha Christie, ai primi film di Dario Argento, anche per la perizia scenica degli omicidi. Un Dario Argento d’antan e in modalità cazzeggio che incontra il macro-genere del serial killer mascherato e apparentemente immortale che ha fatto le fortune dell'horror americano degli anni Settanta e Ottanta, quelli di Craven compresi.
Come da tradizione, Scream 7 ha un ottimo prologo: si torna nella casa teatro della prima resa dei conti della saga, quella in cui Sidney riuscì a far fuori i primi due Ghostface, Bill Loomis e Stu Macher. Poi la scena si sposta nella nuova cittadina in cui la final girl si è rifugiata con la sua famiglia, e lì ricominciano le telefonate con il modificatore vocale, le ammazzatine, i jumpscares e le lotte cartoonate, con andate e ritorni di personaggi vecchi e nuovi. Fino allo scontro finale, non tra i più originali ed entusiasmanti dell'intera serie.
Il film richiama en passant temi di stretta attualità come i deepfake e l'intelligenza artificiale, ma lo fa in modo del tutto superficiale, quasi fosse un obbligo di aggiornamento.
Ci sarebbe stato bisogno di un film migliore per chiudere al meglio una saga che inevitabilmente, pur tra momenti riusciti e un cast collaudato, comincia a mostrare il fiato corto. Trent'anni dopo quella telefonata "Ciao, Sidney...", Ghostface è ancora dall’altra parte, ma la sua è ormai una voce amica, rassicurante. La sua maschera un gadget, il travestimento un must da luna park, accanto agli intramontabili Minnie e Topolino.



