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Rider (2026)
Milano, sera di un 31 dicembre. Sami consegna cibo in bici a una festa con alcuni artisti rap invitati e Colombo, padrone di casa coi soldi e molto su di giri. Qui conosce Nia: insieme fuggono dalla festa, si piacciono. Ma Nia è una a posto, mentre Sami fa il rider per necessità, è un figlio della strada, di una madre che l’ha cresciuto da sola e di un padre in libertà vigilata. Senza un motivo, Colombo gli allunga una banconota da cento euro, che preannuncia altri guai. L’errore che può costargli la libertà è dietro l’angolo.
Film di chiusura della Settimana Internazionale della Critica alla Mostra di Venezia 2026, Rider è frutto della collaborazione creativa tra Dade (Davide Pavanello), bassista dei Linea 77 e produttore musicale, già autore della colonna sonora di Gloria! di Margherita Vicario, premiata con il David di Donatello 2025, e Roan Johnson.
L’idea alla base di questo musical metropolitano, rappato e in rima, è «un film che si ascolta e un disco che si vede»: i brani dell’album prodotto da Metatron/INRI costituiscono la struttura della storia, spericolatamente sospesa tra realismo e parentesi di fantasia. Sulla carta il concept sarebbe anche intrigante: un aggiornamento street style del musicarello, una sorta di romance criminale milanese, sostenuto da una colonna sonora trascinante e da testi efficaci.
Canzoni che sembrerebbero preesistere alla sceneggiatura di Roan Johnson, calata in una Milano malavitosa e multiculturale, che immagina, un po’ incongruamente, un ragazzo bianco italiano nel ruolo del titolo, alle prese con la fatica e i pericoli di un mestiere simbolo della trionfante new economy. Un lavoro già indagato con maggiore verosimiglianza, nel contesto nostrano, da Anywhere Anytime di Milad Tangshir e che, alla Mostra numero 83, è invece protagonista di Union Town di Barbara Kopple (Venice Open Doc).
Sami e Nia, per di più, si innamorano durante un’inaspettata, lunga corsa in taxi, che procede tra dialoghi pieni di formule di cortesia. Fatta eccezione per Claudio Santamaria, nelle vesti di un padre problematico e violento, circola una certa incertezza interpretativa e, più in generale, un senso di incompiutezza in questo tentativo, pur apprezzabile, di innovare i linguaggi, ibridare le forme, uscire dal canone.
Restano i camei – ops, featuring – di Rosa Chemical, Ensi, Levante e Margherita Vicario e un’intenzionale strizzata d’occhio alle nuove generazioni di spettatori, attraverso il richiamo di Lorenzo Aloi (Lasciarsi un giorno a Roma), Kaze (Call My Agent – Italia) e Kyshan Wilson (Mare fuori).



