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Glen Powell in Ricchi... da morire - Delitti in famiglia
Ci vuole un certo coraggio per rifare Sangue blu, classico del 1949 targato Ealing Studios, la società che nel dopoguerra si specializzò nella realizzazione di commedie satiriche su usi e costumi del popolo inglese. Si dirà che all’origine c’è un libro del 1907, Israel Rank: The Autobiography of a Criminal di Roy Horniman, da riprendere in mano con libertà fedeltà così come fece Robert Hamer (che, per dire, trasformò il protagonista da mezzo ebreo a mezzo italiano per evitare gli stereotipi antisemiti). Poi, insomma, difficile dimenticare il tour de force di Alec Guinness, impegnato in ben otto ruoli, anche perché era davvero il cuore del film: chi, se non un solo e monumentale attore, poteva dar vita a tutti gli aristocratici e debosciati componenti di una famiglia?
Per la sua versione di Israel Rank: The Autobiography of a Criminal, John Patton Ford sceglie di andare da tutt’altra parte, restando fedele alla storia ma cambiando nomi, epoca (dall’Inghilterra edoardiana all’America contemporanea), contesti (c’è un aggiornamento sui metodi delle uccisioni). Figlio di una donna ripudiata dalla sua famiglia d’origine per aver sposato un uomo di ceto inferiore, l’ormai trentenne e orfano Becket Redfellow decide di vendicarsi per reclamare ciò che ritiene suo di diritto. Già da bambino, infatti, la madre gli ha rivelato che il patriarca, già a capo della banca che costituisce il business principale della famiglia, ha disposto una norma irrevocabile secondo cui, nonostante l’allontanamento, Becket resta nella linea di successione. Architetta, così, un piano molto ambizioso: eliminare tutti i sette parenti che lo separano dall’eredità di 28 miliardi di dollari.


Margaret Qualley e Glen Powell in Ricchi... da morire
(Ilze Kitshoff)L’approccio di Ford è tutto nel titolo originale: How to Make a Killing è un’espressione gergale che non allude alla morte ma sta per “come fare una fortuna” o “come fare un colpaccio”, usata nel mondo degli affari per riferirsi a guadagni facili e inaspettati. Il titolo italiano è più sciocco, Ricchi… da morire – Delitti in famiglia, un po’ giochino di parole e un po’ tv movie giallo. Ma l’intento è chiaro: ancorato alla prospettiva autobiografica del romanzo alla fonte, il regista e sceneggiatore si allinea al punto di vista del protagonista, che prima di essere giustiziato racconta tutto a un prete (in Sangue blu era sempre Guinness, altra intuizione notevole).
Espediente semplice e tradizionale: la voce narrante accompagna tutto il film spiegando tutto ma proprio tutto e anche troppo, procedendo con linearità e allungando il passo quando la sequela di morti rischia di farsi troppo meccanica. Il ritmo è preservato e il tono nero sa accordarsi al registro brillante: “questa è una tragedia” annuncia Beckett ma le battute e i tempi comici sono essenziali. Merito soprattutto di Glen Powell, attore intelligente e carismatico che sa muoversi con abilità nell’ampio spettro della commedia, credibile tanto come gentile e spietato outsider ma anche dotato di una allure nobile e sinistra: che sia l’unico ad aver ereditato i geni buoni della dinastia, zeppa di mitomani, tossici, depressi.


Ed Harris in Ricchi... da morire
(Ilze Kitshoff)È proprio l’attore a determinare lo scarto con il cult: Ford si concentra sull’eclettismo di Powell senza ricorrere a un Guinness – detto che un Guinness non si trova facilmente – che si mangia la scena prestando volto, postura, sguardo, attitudine, personalità all’archetipo della società del privilegio, del nepotismo, del familismo. A parte il malinconico zio Bill Camp, tutti i parenti da far fuori sono maschere di un carnevale del degrado altoborghese e c’è da chiedersi se, nel trasferire alla contemporaneità un testo vecchio più di un secolo, una figura come quella di Beckett – un ragazzo simpatico e irresistibile, ingegnoso e pieno di risorse – non possa essere letta come una variante più potabile di un Luigi Mangione, con la motivazione personale complementare a quella politica.
Ma la lotta di classe è poco più che una suggestione, giacché mangiare i ricchi… da morire sembra rispondere a una tendenza del momento o a un’interpretazione del testo e non a un vero argomento narrativo che motivi più del dovuto questo intrattenimento incalzante e divertente. Anche perché su tutta la storia aleggia la presenza – e l’assenza – di una cinica e affascinante Margaret Qualley che rivendica il peso, l’impatto, la consistenza delle conseguenze dell’amore tossico. Segno che, forse, la questione è più sentimentale che ideologica, nonostante quella parte finale con Ed Harris che è un piccolo manifesto contro il capitalismo.
