Nel 2006 la ABC trasmette Lost, la celebre serie creata da J. J. Abrams iniziata un paio di anni prima. Proprio in quell’anno, la NBC decide di spostare in prima serata (e come competitor della serie) To Catch a Predator, il controverso format che, attraverso operazioni sotto copertura e telecamere nascoste, smaschera in tv predatori sessuali colti sul fatto. Il programma è ormai un fenomeno nazionale e il suo conduttore, il giornalista Chris Hansen, un’icona del pubblico.

Nella storia recente dell'intrattenimento di massa, la televisione americana (modello poi esportato a livello planetario) ha smesso di limitarsi a raccontare o documentare la realtà per iniziare a costruirne una propria, nutrendola con le pulsioni più inconfessabili e oscure del suo pubblico. È in questo territorio liminale – un confine sfocato tra la cronaca nera e lo showbiz – che si inserisce Primetime, esordio nel lungometraggio di finzione per Lance Oppenheim, già documentarista autore di Some Kind of Heaven e Ren Faire: “Quel programma ha inaugurato uno spettacolo della punizione: il momento in cui l’indignazione morale si è trasformata in un appuntamento televisivo irrinunciabile”, spiega il regista.

In concorso a Venezia 83 e nelle sale dal 15 ottobre con I Wonder Pictures, il film – targato A24 e prodotto, tra gli altri, da Ari Aster e dallo stesso attore protagonista, Robert Pattinson – non è un vero e proprio biopic su Chris Hansen, il discusso volto del programma. Si tratta piuttosto di un'autopsia del rapporto tossico tra potere mediatico, etica del guardare e spettacolarizzazione della giustizia. Un cortocircuito sempre più insostenibile tra cronaca, intrattenimento e voyeurismo televisivo. 

Oppenheim scaglia la macchina da presa direttamente contro l'obiettivo televisivo, innescando un crudele gioco di specchi: i predatori che quel programma “catturava” diventano prede di un altro tipo di predatore.

Per farlo si serve di luci e cromatismi (il dop è David Bolen) che restituiscono un'estetica visiva al tempo stesso patinata, ipnotica e squallida, quasi a replicare l'atmosfera artificiosa, piatta e satura della TV via cavo americana di inizio millennio.

Scritto da Ajon Singh, e basato sull’articolo del 2007 di Esquire a firma di Luke Dittrich (“Tonight on Dateline This Man Will Die”), Primetime ricostruisce con andamento da thriller l'ossessivo dietro le quinte del reality investigativo che, nei primi anni Duemila, trasformò la caccia ai pedofili in un macabro show di prima serata. Singh rifugge le scorciatoie della canonica biografia per costruire una discesa psicologica (Hansen era un padre assente e un marito fedifrago), concentrandosi in particolare sul vero e proprio punto di rottura di questo format: il catastrofico e tragico blitz a Murphy, in Texas, che nel novembre del 2006 portò al suicidio del sostituto procuratore Bill Conradt, segnando inesorabilmente l'inizio del declino per la trasmissione.

È una pericolosa danza sul filo sottile che separa la realtà oggettiva dallo spettacolo prefabbricato (sempre la ABC stava per lanciare un altro show con telecamere nascoste, What Would You Do?, tuttora in essere, condotto da John Quiñones), una riflessione su fino a che punto il fine giustifichi i mezzi e, soprattutto, su chi appartenga realmente il potere quando le telecamere si accendono e l'uomo si trasforma in bestia da soma per l’audience.

“Cosa sarebbe successo se io non fossi stato qui?”, la domanda-claim che Hansen rivolge alle sue “vittime”, poi fermate dalle forze dell’ordine sempre a favore di macchina.

Ed è interessante il lavoro che compie Robert Pattinson, che evita l’imitazione macchiettistica del conduttore tv ma sa restituire bene l’idea di un uomo che ha interiorizzato a tal punto le meccaniche del mezzo televisivo fino a perdere quasi del tutto il contatto con l’empatia e l’umanità, o l’impostazione del timbro vocale falsamente cordiale, calibrato per rassicurare il predatore e al contempo annientarlo davanti a milioni di spettatori. Una performance che cattura l’assurdità grottesca di un uomo diventato carnefice mediatico per punire i carnefici reali, il tutto esclusivamente a favore di telecamera.

Attorno al suo protagonista, Oppenheim costruisce e dirige un cast di supporto funzionale: Merritt Wever è la cinica producer dello show, lo stralunato Skyler Gisondo è un giovane attore che sogna l’iscrizione al SAG e si ritrova catapultato nel programma come “esca”, ruolo che già copriva la cantante Phoebe Bridgers.

Sia chiaro, non siamo di fronte a un capolavoro, in più di un’occasione si ha la sensazione del déjà-vu (in fondo anche il bel Nightcrawler di Dan Gilroy ragionava su qualcosa di simile), ma Primetime arriva in un momento storico dominato dall’assuefazione all’estetica del true crime e dalla caccia alle streghe digitale, in un certo senso ponendosi come sequel-contraltare ideale di un altro film, Ink di Danny Boyle, che proprio in questi giorni alla Mostra di Venezia, attraverso la parabola del Sun, ha suggerito come quella metamorfosi nella carta stampata sia stata decisiva per farci arrivare nel mondo di oggi, dominato da fake news, feed e algoritmi.

Il film di Oppenheim non si preoccupa di giudicare i crimini in sé – il cui sordo orrore è dato per scontato – ma punta invece l'indice accusatore contro l'apparato industriale che li mercifica senza alcun pudore. E quando il giustizialismo e il linciaggio si trasformano in puro spettacolo da consumare sul divano, non esistono veri eroi o vincitori. C’è soltanto l’audience: famelica, insaziabile e costantemente in attesa del prossimo mostro gettato sul patibolo. Perché in fondo, lo ricorda lo stesso Hansen, “nelle epoche passate in ogni civiltà evoluta esisteva la gogna. Oggi esiste la tv”.