Vincolati a un embargo che ha forse motivo di esistere in qualsiasi mondo tranne quello dei recensori, la sfangheremo così, dicendo soltanto che il personaggio di Zendaya - Emma Harwood, commessa in una libreria di Baton Rouge, Louisiana - dopo forse venti minuti rivela qualcosa del suo passato che oggi definiremmo cringe. E che questa rivelazione, sconcertante solo se sei americano e cresciuto in quel contesto lì (anche su questo non potremo dire di più), sempre pronto a guardare la pagliuzza nell'occhio altrui e dargli, se possibile, fuoco (Salem in fondo sta in America), innescherà una reazione a catena non tanto a livello di eventi (tutto andrà come doveva andare, o meglio nulla andrà come doveva andare, ma anche qui non è la contraddizione bensì le contorsioni di un recensore embargato a rendere oscuri concetti) quanto di percezioni.

The Drama (2026)
The Drama (2026)

The Drama (2026)

The Drama è un film sul giudizio. La sceneggiatura di Kristoffer Borgli distribuisce un po' di attitudine farisaica a ciascuno dei personaggi: persino alla povera Emma, che del pregiudizio farà le spese, persino lei, dicevamo, manderà a casa la dj a due giorni dal matrimonio solo perché l'aveva vista fumare eroina, così ritiene, sul ciglio di una strada. Il giudizio non risparmia nessuno: la fionda dei cattivi pensieri si alimenta dei sassi della cattiva coscienza. Neppure Mike (Mamoudou Athie) e Rachel (Alana Haim), la coppia di amici che a cena, davanti a un bicchiere di vino, propone un gioco prenuziale di confessioni in cui ciascuno deve rivelare la cosa peggiore di sé Detonatore narrativo geniale nella sua semplicità, perché è la teatralizzazione esplicita del giudizio come costruzione sociale, il momento in cui ci si concede di deporre le maschere al riparo di un rito che è esso stesso una messinscena. Ma è qui l'inganno della morale sospesa: ci sono tabù che nessun gioco riesce ad assorbire, verità che una volta pronunciate non rientrano più nel recinto delle regole. Il moralismo puritano però è solo una parte della faccenda.

The Drama (2026)
The Drama (2026)

The Drama (2026)

Prodotto da A24, l'etichetta che ha ridefinito i canoni di ciò che è sofisticato, cool e arthouse nel cinema di oggi, trasformando l'indie in una sorta di mainstream di nicchia, The Drama è una commedia sentimentale solo se Fracchia contro Dracula è un horror. Non lo è. È invece un romance che riflette sul romance, un meta-romance, o metà romance e metà, appunto, drama. Lo ha scritto e diretto Kristoffer Borgli, regista norvegese che dopo DRIB (2017) si è fatto notare con Sick of Myself (2022), satira velenosissima sull'autodistruzione come strategia di visibilità presentata a Cannes, e poi con Dream Scenario (2023), in cui Nicolas Cage diventava l'uomo più famoso del mondo per il semplice fatto di comparire nei sogni altrui. Con quest’ultimo lavoro Borgli completa una trilogia sulle identità performative: Sick of Myself dissezionava l'identità come autodistruzione nell'era dei social; Dream Scenario indagava la fama come proiezione collettiva e le sue conseguenze; The Drama sposta il discorso sulla narrazione sentimentale come forma di autoinganno. In tutti e tre i casi, Borgli apre col bisturi il divario tra l'immagine che costruiamo (di noi, degli altri, della relazione) e una realtà che si rifiuta di aderirvi. Che poi Ari Aster, il regista di Hereditary e Midsommar, figuri come produttore, non è un dettaglio: avvertiamo anche qui una certa sensibilità per il perturbante quotidiano.

Borgli ha un po' la fissazione per la teatralizzazione della vita: non solo nel senso dell'enfasi dell'intimo, ma pirandellianamente delle maschere e delle storie che ci ingegniamo a costruire per viverci dentro. In altre parole, il teatro è la scena che proiettiamo sulla vita, una scena in cui non ci accontentiamo più di farci personaggi di noi stessi, ma in cui attribuiamo ruoli ben definiti a coloro che quella scena la condividono. Non a caso Borgli ha chiesto a Pattinson e Zendaya di Passione (1969) di Ingmar Bergman in fase di preparazione: un film sulla frattura tra l'immagine che costruiamo dell'altro e ciò che l'altro è, in cui una rivelazione sconvolgente manda in pezzi una relazione, e dove Bergman interrompe la narrazione con interviste documentaristiche agli attori sui loro personaggi, sfondando la quarta parete. Il poster del film è visibile nell'appartamento di Charlie, dettaglio che dice qualcosa anche sull'espat britannico colto e sulle sue fragili correnti sotterranee. Bergman scriveva che il nostro bisogno sociale di poterci specchiare nel comportamento e nei sentimenti altrui è essenzialmente insaziabile: The Drama, nomen omen, prende questa insaziabilità e la piazza al centro di un matrimonio, in cui lo specchiarsi nell'altro è scena pubblica.

Zendaya e Robert Pattinson con il regista Kristoffer Borgli sul set di The Drama - Courtesy of A24
Zendaya e Robert Pattinson con il regista Kristoffer Borgli sul set di The Drama - Courtesy of A24

Zendaya e Robert Pattinson con il regista Kristoffer Borgli sul set di The Drama - Courtesy of A24

Del matrimonio come dispositivo di demistificazione di rapporti di potere, paure, equilibri tra i sessi, abbiamo già detto a proposito della serie Netflix Something Very Bad Is Going to Happen. Il matrimonio genera un quantitativo di ansie che forse solo le visite mediche sopra i quarant'anni gli stanno sopra. E sicuramente The Drama parla anche dei preparativi di un matrimonio, quello di Emma e Charlie Thompson (Robert Pattinson), e di come le cose possano mettersi male, le sicurezze crollare, e si possa tutti scivolare sulla buccia di banana delle nostre fragilità.

Ma il punto è un altro.

Il punto è: che cosa succede se una cosa, una piccola cosa, mette in crisi la narrazione che ci siamo fatti della persona che ci è vicina come amica, sorella, amante, futura moglie? Che cosa succede se un granellino di sabbia si intromette negli ingranaggi della storia che ci siamo raccontati, se manda in tilt i nostri desiderata e le nostre convinzioni?

Ecco, The Drama è questo. È un film sulle nostre proiezioni. Su quanto siamo incapaci a sintonizzarci e ad accettare una realtà diversa rispetto all'idea che ci siamo fatti degli altri. Sostanzialmente sull'infantilismo americano, e anche un po' nostro, in fondo, nel non saper fare i conti con le imperfezioni della realtà, con le sue note stonate. Il film mette in scena la crisi della narrazione sentimentale: non solo la paura di sposare la persona sbagliata, ma la scoperta più destabilizzante che la storia che ci siamo raccontati su di noi, sull'altro e sul nostro futuro non regge. Non basta amare; bisogna saper raccontare quell'amore, riconoscerlo come "quello giusto", conferirgli una forma discorsiva, condivisibile, memorabile.

Il matrimonio è uno dei pochi riti rimasti in cui la vita privata viene ancora trasformata in sceneggiatura pubblica: c'è un prima, un climax, una promessa, una platea, un dopo di immagini. Per questo è così adatto a raccontare l'ossessione contemporanea per la storia perfetta.
Già quarant’anni fa, in Life as Narrative, Jerome Bruner sosteneva che l'essere umano organizza l'esperienza in forma narrativa arrivando a dire che la vita, psicologicamente, è un achievement narrativo.

Borgli forse non ha letto Bruner ma il film finisce per dargli ragione quando manipola deliberatamente la linearità, sfalsando i tempi del racconto, mescolando passato e presente e futuro, e soprattutto confondendo i regimi di realtà, perché sogno, incubo, immaginazione e vita vissuta finiscono per occupare lo stesso piano. Ed è ciò che chiarisce la continua ricerca dei personaggi di una narrazione dove sentirsi a proprio agio, addirittura ripetendo la scena quando il primo ciak non è soddisfacente: come accade nel geniale inizio del film, come accadrà più tardi quando Emma chiederà a Charlie di fingere di non conoscersi, perché la loro storia possa avere un'evoluzione diversa.

Visivamente, The Drama ha una luce da indipendente newyorkese, quella grana leggermente graffiata, una sporcatura nella fotografia che è il segno di ciò che toccherà le vite dei personaggi, la patina di imperfezione che si deposita sulle immagini e la trama della loro vita. La colonna sonora (di Daniel Pemberton) lavora nella stessa direzione, contaminando la scena con un registro sempre un centimetro più in là di dove ti aspetteresti: un po’ anomalo.

C'è un'altra cosa da dire. Si sente la scrittura, in questo film, è vero. Si avverte l'architettura dietro le scene, la mano dell'autore. Ma è giusto che si senta, perché The Drama è un film sulla costruzione delle storie. E non pregiudica il gusto né il divertimento, non toglie nulla alla capacità degli attori, che sono bravi, molto bravi, di restituirci qualcosa di vero anche dentro ciò che è dichiaratamente costruito e mistificato. La chimica tra Zendaya e Pattinson non è così evidente e guai se lo fosse. Lei porta una vulnerabilità distratta, quasi giocosa al film; lui un'inquietudine goffa, da intellettuale disagiato. In un'intervista a Première, Pattinson ha raccontato di aver passato tre giorni a impazzire su una battuta della sceneggiatura. Ha finito per chiamare Zendaya la sera prima delle riprese: dopo due ore, lei gli ha fatto capire con calma che la battuta diceva semplicemente quello che significava, senza significati nascosti. L'aneddoto funziona per spiegare come la tendenza a sovrainterpretare, a cercare un sottotesto dove forse non c'è, è esattamente ciò che il film racconta, l'incapacità dei personaggi (e nostra) di prendere la realtà per quello che è.

The Drama (2026)
The Drama (2026)

The Drama (2026)

La cosa più bella di The Drama è che non giudica. Dopo averci mostrato per quasi due ore personaggi che non fanno altro che giudicarsi a vicenda, che lanciano pietre su pietre, il film ci sprona a depone le armi. Non ci sentiamo mai, come spettatori, nella posizione di poterci permettere la prima pietra. Ci sentiamo invece più vicini a questa umanità di cristallo che, anziché imparare la virtù della fragilità (che ci trova in buona compagnia), si intestardisce a ficcarsi in scatole protettive ma finte. Romperle, quelle scatole, anche a rischio di rompere quello che c'è dentro, è la lezione che dovremmo imparare.

Borgli probabilmente conosce una delle serie americane più belle mai realizzate: The Leftovers. Nel "Libro di Nora" che chiude la serie di Damon Lindelof, Kevin ritrova Nora dopo anni e, pur di non affrontare il peso della verità, finge di non conoscerla; e Nora, a sua volta, gli racconta una storia che potrebbe essere vera o potrebbe essere la più dolce delle bugie. Kevin sceglie di crederle. Non perché la storia sia credibile, ma perché l'alternativa - il giudizio, il dubbio, la pretesa di una verità assoluta - significherebbe perderla di nuovo. In The Drama, quando Emma chiede a Charlie di fingere di non conoscersi perché la loro storia possa ricominciare diversa, siamo nello stesso orizzonte emotivo: il punto non è se la narrazione che ci raccontiamo sia vera, ma se siamo disposti ad accettare l'altro dentro una storia imperfetta, a scegliere la persona anziché la versione della persona che ci eravamo costruiti. Ci raccontiamo storie per poter vivere, diceva The Leftovers. Il dramma comincia quando viviamo per raccontarci storie.

Al film manca forse la lucidità, o il coraggio, di andare fino in fondo. The Drama ci racconta che i vecchi ruoli codificati dell'amore, quelli che garantivano promesse, grammatiche, obiettivi condivisi, non reggono più. E che nemmeno i miti dell'industria culturale possono rimpiazzarli: i film, le serie, i modelli romantici che abbiamo interiorizzato come copioni sono a loro volta narrazioni, non realtà. Ma se è così, se ogni cornice è saltata, allora il passo successivo sarebbe chiedersi quale consistenza possano avere i soggetti stessi della relazione. Chi sono veramente, Emma e Charlie, una volta spogliati delle narrazioni che si sono cuciti addosso? E dunque: chi ama veramente chi?

Resta implicito, in questa domanda, il rischio impasse. Se ogni storia che ci raccontiamo sull'altro è una proiezione, e se ogni identità regge solo finché non la guardi troppo da vicino, allora l'incontro autentico tra due persone diventa un paradosso irrisolvibile, e l'amore, semplicemente, un atto di fede. The Drama non scioglie questo paradosso: non ne ha gli strumenti, e forse nemmeno l'ambizione. Però Borgli lo sente, ne assorbe gli umori, se ne amareggia. E ci lascia così: un po' tristi, un po' attoniti, perplessi senza necessariamente aver capito perché ci è stato raccontato quel che ci è stato raccontato. Che è poi, a pensarci, esattamente come ci si sente dopo un matrimonio che non è andato come doveva andare. E forse anche dopo quelli che sono andati esattamente come ci si aspettava che andassero.