(Cinematografo.it/Adnkronos) – "La cosa più importante è che la salute mentale smetta di essere un tabù: riguarda tutti. Nel film mi colpisce lo psichiatra che afferma: 'Qui non ci sono dei matti'".

Così Cédric Kahn presenta 15/18 (A Place to Heal), in Concorso alla 83esima Mostra del Cinema di Venezia e presto nelle sale italiane con I Wonder Pictures. Il regista entra nella quotidianità di un reparto di neuropsichiatria per adolescenti, dove si incrociano fragilità, genitori sopraffatti, operatori instancabili e le falle del sistema sanitario. Al centro c’è Lucia, 17 anni: viene accompagnata dalla polizia in un reparto che conosce fin troppo bene. Qui ritrova l’amica Eloise, ricoverata da tempo, e un nuovo gruppo di ragazzi, ciascuno alle prese con i propri demoni. Guidati da Etienne, i medici li curano, li ascoltano, incontrano le famiglie, confrontandosi ogni giorno con la realtà cruda delle vite dei loro pazienti e con la fatica di gestire un reparto sempre al limite. Tra operatori e adolescenti nascono legami fragili, un equilibrio delicato che lascia intravedere spiragli di guarigione, momenti di leggerezza, una possibilità di futuro. Finché l’arrivo del misterioso Enzo non rischia di far saltare tutto.

Venezia 83 - 15/18 A Place to Seal
Venezia 83 - 15/18 A Place to Seal
Venezia 83 - Il cast di 15/18 (A Place to Heal) - Foto Karen Di Paola

Prima del film c’è stato un lungo lavoro sul campo. Kahina Le Querrec, co‑sceneggiatrice, racconta l’immersione nei reparti di pedopsichiatria, a stretto contatto con personale e adolescenti: "Abbiamo assistito alle sedute, ai colloqui individuali e familiari, ai laboratori - giardinaggio, disegno, teatro, sport - e ai momenti di vita quotidiana: pranzi, cene, serate. Volevamo ascoltare le loro parole. Da quelle voci è nata la sceneggiatura".

Kahn aggiunge che Le Querrec è rimasta sei mesi in ospedale: senza quel lavoro, il film non sarebbe stato possibile. Una materia enorme, che rischiava di travolgere chi provava a raccontarla: "Sentivamo il peso di questo tema. Ci è voluto molto tatto e molta umiltà". L'obiettivo, però, restava fare cinema: "Non volevamo un trattato sulla psichiatria". Durante la ricerca, ricorda il regista, "medici e operatori hanno parlato della scarsità di fondi, della mancanza di personale, delle difficoltà nel trovare professionisti disposti a formarsi in un settore così impegnativo". Gli attori adulti interpretano degli "eroi che affrontano una realtà difficile e precaria, che richiede un investimento totale. Ci sono fallimenti, c’è chi cede, ma c’è anche una scintilla di speranza".

L'intento del regista, come sottolinea lui stesso in conferenza, non era ridurre il film a una denuncia: "Possiamo aspettarci tutto dallo Stato e rimproverargli qualsiasi cosa, ma noi abbiamo visto un personale molto preparato. Ci sono delle falle nel sistema sistemiche, certo, ma il film non è una critica". Quella per il sociale, una battaglia che a Kahn interessa da sempre: "Ho dedicato tutti i miei film a persone in crisi. Sono arrivato a un’età in cui posso fare solo cose che per me sono importanti". E la salute mentale per il regista è una di queste, soprattutto quando riguarda ragazzi e famiglie: "È un argomento difficile, ma ci riguarda tutti", conclude.