Nói Albinói

Nelle lande desolate dell'Islanda i sogni e le inquietudini di un giovane ribelle. Tra gag comiche e un finale apocalittico

20 Novembre 2003
Nói Albinói

Constatiamo definitivamente che l’immaginario collettivo ha elevato come archetipo dell’isolamento spaziale, temporale, fisico e addirittura culturale, la classica triste cartolina del luogo innevato, perfino ghiacciato, con poche casette, pochissimi comfort, ecc… (si veda Vodka Lemon di Hiner Saleem, ma anche Soldi sporchi di Raimi, Fargo dei Coen e con connotazioni concettuali un po’ differenti Il tempo si è fermato di Olmi). Mai che in qualche pellicola cinematografica si possa rilevare verso desolate spiagge tropicali, piene di insetti e serpenti, lontane anni luce da un collegamento ad Internet, il totale disgusto del metteur en scene, e quindi del pubblico che silente approva. Facezie a parte, Nói Albinói riprende i più classici topos della fuga dall’ambiente che segrega, dalla piccola comunità che comprime le spinte centrifughe dell’individuo che vuole affermare il proprio sé: la genialità creativa soppressa ai fini delle formali regole scolastiche, l’impossibilità di amare pienamente il prossimo, l’impellente necessità di superare le barriere della predestinazione sociale e culturale. In questo caso il protagonista dell’insofferenza esistenziale è il 17enne Nói, un po’ sognatore (immagina di svernare alle Hawaii osservando una obsoleta macchinetta con foto indigene molto kitsch), un po’ concreto pragmatista (sa come fregare le monete alla slot-machine per comprarsi la birra), nato suo malgrado su un fiordo nordislandese, con un inquietante montagna che svetta sopra il tetto di casa sua, un padre perso dietro l’alcool e l’emulazione di Elvis Presley, e un coacervo di compaesani piuttosto sordi al suo bisogno di evasione. Sarà l’incontro con Iris, che viene dalla città, a far compiere a Nói la scelta decisiva. E se la messa in scena di Kari è piuttosto spuria e senza grandi exploit stilistici (eccezion fatta per la sequenza metaforica della mosca che non prende il volo ma rimane, camminando, sulle mani e le braccia di Nói), le gag comiche, che variano dall’impronta grottesca (il sangue che inonda i famigliari di Nói) fino, talvolta, a un registro quasi demenziale (l’esilarante rapina in banca che ricorda Take the Money and Run di Woody Allen) sono esilaranti e ritmicamente ben congegnate. La virata tragica, poi, che segue gli abortiti tentativi di fuga di Nói verso un finale apocalittico, è qualcosa che lascia veramente sorpresi per risolutezza e padronanza del mezzo cinema oltre che della materia narrativa. Infine è lo stesso regista Dagur Kari (in passato compagno di liceo dell’attore protagonista Tomas Lemarquis) a curare le composizioni musicali e la scelta dei brani di contorno (c’è il grandioso Elvis del tramonto con In the Ghetto) quasi a creare una sinergia visivo-sonora che sa di irrimediabilmente nostalgico. Curiosità: in Islanda il primo film prodotto per il cinema è del 1978!

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