No Time to Die

Il lungo addio di Daniel Craig. Un James Bond mai così “fragile” e romantico, calato nel cinema fracassone e bulimico di Cary Fukunaga: esplosivo e imperfetto, inevitabilmente spartiacque

29 Settembre 2021
3/5
No Time to Die
James Bond (Daniel Craig) in NO TIME TO DIE, an EON Productions and Metro-Goldwyn-Mayer Studios film Credit: Nicola Dove © 2021 DANJAQ, LLC AND MGM. ALL RIGHTS RESERVED.

“Ti racconto una storia, è la storia di un uomo. Il suo nome è Bond, James Bond”.

Cala il sipario sul 25° film della saga di 007, cala il sipario sul quindicennio in cui Daniel Craig ha vestito i panni della spia più famosa del mondo, dal 2006 a oggi, da Casino Royale a No Time to Die.

Difficilissimo scriverne senza incappare nel pericolo spoiler, il film diretto da Cary Fukunaga (primo regista americano a portare sullo schermo le gesta del personaggio nato dalla penna di Ian Fleming) parte dal passato remoto – il ricordo di un trauma infantile vissuto da Madeleine Swann (Léa Seydoux) – e riemerge quasi senza fiato per i vicoli di una Matera tanto suggestiva quanto posticcia: è il primo degli innumerevoli tricks che condizioneranno il lungo sviluppo del racconto (2 ore e 43 minuti) e l’esistenza di James Bond.

“In pensione” da qualche anno, 007 è costretto ancora una volta a fronteggiare le insidie della SPECTRE – finendo nuovamente faccia a faccia con Blofeld (Christoph Waltz) – per ritrovarsi poi invischiato in qualcosa di molto più pericoloso e angosciante: raggiunto in Giamaica da Felix Leiter (Jeffrey Wright) viene ingaggiato dalla CIA per tentare di recuperare uno scienziato doppiogiochista rapito in circostanze poco chiare. Dietro tutto questo c’è Lyutsifer Safin (Rami Malek), il cui passato è misteriosamente legato all’amata di Bond, ora terrorista che sta mettendo a punto la più letale tra le armi di distruzione di massa.

Passato, presente e futuro: è sul continuo crinale di un impervio meccanismo psicologico ed emotivo che No Time to Die cerca di fondare la sua ragion d’essere, offrendo da un lato l’esplosività di una spettacolarizzazione a tratti estenuante e oltremodo inverosimile (attingendo un po’ qua e un po’ là dai vari Mission: Impossible ed epigoni vari), cinema fracassone e bulimico che ricorda più da vicino il discutibile Beasts of no Nation rispetto al gioiello seriale True Detective, dall’altro il tentativo di uno scavo psicologico capace di portare in superficie – mai come stavolta – le fragilità umane di un personaggio storicamente inscalfibile chiamato invece a fare i conti con i demoni di trascorsi irrisolti (Vesper Lynd) e di tradimenti che ancora ne condizionano l’esistenza.

James Bond (Daniel Craig) e Paloma (Ana de Armas) in
NO TIME TO DIE – Credit: Nicola Dove © 2021 DANJAQ, LLC AND MGM. ALL RIGHTS RESERVED

È qui, in fondo, che si gioca l’avvicinamento all’annunciato commiato dell’attore-personaggio Bond-Craig: un addio che narrativamente segna in maniera drammatica e sorprendente una saga nella saga (il micro-universo rappresentato dai cinque film interpretati dall’attore, sorta di franchise a parte con temi e personaggi intrecciati e ricorrenti, dove Casino Royale e Skyfall hanno rappresentato il punto più alto forse di sempre), attraverso una scelta narrativa mai adottata fino a oggi nei precedenti 24 film.

Per arrivare lì, sull’isola-fortezza di Safin che ospita l’ultimo atto della vicenda, gli autori (oltre al regista, Neal Purvis e Robert Wade, con la new entry Phoebe Waller-Bridge, sì l’artefice-volto di Fleabag…) iniziano a introdurre elementi che, chissà, un domani ritroveremo nelle prossime avventure della saga: dalla nuova agente “00” Nomi – in servizio all’indomani del pensionamento di Bond – interpretata dalla britannica di origini giamaicane Lashana Lynch, passando per l’elegantissima-bellissima finta-inesperta Paloma (Ana de Armas), personaggio indispensabile per aiutare Bond a risolvere una questione a Santiago di Cuba (che qui ritrova la giusta alchimia con Craig dopo Cena con delitto, ma senza dare seguito a nessun approccio “fisico”, altro unicum se si vuole nella sterminata collezione di Bond Girl dal 1962 in poi…), fino alla new entry più suggestiva (che evitiamo di svelare), elemento che giocoforza apre scenari completamente differenti per qualsiasi operazione a seguire.

Nomi (Lashana Lynch) in NO TIME TO DIE – Credit: Nicola Dove © 2021 DANJAQ, LLC AND MGM. ALL RIGHTS RESERVED

“Ti racconto una storia, è la storia di un uomo. Il suo nome è Bond, James Bond”.

La domanda da farsi, dunque, non è più “chi sarà il prossimo James Bond?”.

La domanda da farsi è “ci sarà un prossimo James Bond?”.

Sarebbe il caso di iniziare a ragionare in termini di eredità. E da questo punto di vista si aprono orizzonti a dir poco suggestivi.

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loland10
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“(007)No Time to Die“(id., 2021) è il quarto lungometraggio del regista-sceneggiatore californiano Cary Fukunaga. James Bond vive, raddoppia, si ripensa, ci ripensa, si salva, si mummifica e oniricamente si cuce addosso il vestito della quiescenza smoking-amente, dell’eterno umano. Epilogo forviante, voluto e stoicamente immolante per un personaggio che beve drink a destra e sinistra e con le rughe con polveri e sangue si accomoda tra i mortali del passato che ritorna. Una bambina sotto il ghiaccio che tende le mani, si salva solo in un modo, dopo anni esce fuori dall’acqua una donna-girl mentre si avvicina l’eroe creato da Ian… Leggi il resto »
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