Sono sicura che se potesse materializzarsi, nel 2026, l’abisso di Nietzsche, chiunque ci guardi dentro perderebbe parecchi punti di Q.I., e penso che parte di quell’abisso sia composta da personaggi come Elon Musk.

Musk, presentato fuori concorso a Venezia 83, è il nuovo e riuscito dipinto in cui il documentarista Alex Gibney (dopo aver indagato su Scientology e sulla Chiesa Cattolica, per citarne alcuni) ritorna per comporre un mosaico sul celebre imprenditore.

“Il re è nudo”, ma questo re, tra fantasie di grandezza (SpaceX), perdite ingenti, cortocircuiti cerebrali su questioni che riguardano l’ecologia come l’intelligenza artificiale, è anche l’incarnazione del male, qualsiasi cosa voglia dire nel XXI secolo. Se nel Novecento avevamo i totalitarismi e le ideologie, in Musk emerge quel nuovo male fatto di bolle economiche, bugie, stupidità, connivenza di uomini ricchi e complessati con la politica. Neanche con J.D. Vance e Trump è riuscito a stabilire una collaborazione sul lungo periodo (dopo l’esperienza del DOGE e la nascita dell’America Party), ed è anche per questo, come vediamo in questo monumentale documentario di quasi 4 ore, che Musk funziona e attecchisce sulle masse, come sui giovanissimi, per il modo di fare arrogante e da rock star, con dichiarazioni che non trovano riscontro, praticamente mai, in ciò che le sue aziende o lui hanno da offrire (basti pensare alle complicate e inquinanti batterie al litio per Tesla). È lo stesso motivo per cui è stato eletto due volte Trump o perché Howard Stern è diventato popolare negli States.

Con la colonna sonora composta da Daniel Pemberton e David Byrne che, con la sua canzone (papabile per un Oscar?) Let Me Sell You a Dream, fa un cut-up con diverse dichiarazioni di Musk, rende il quadro, già di per sé devastante, ancora più nitido. Elon Musk fa delle persone, più che di Marte e di tutti i deliri veicolati con SpaceX, un territorio da conquistare, da buon affabulatore qual è, con una voce sempre calma e avvolgente, in netta contrapposizione con la sua immagine da incel; ce l’ha fatta, in qualche modo, tra il depredare idee altrui, il mentire ai consumatori, un’ottima congiuntura storica ed economica (la fine degli anni ’90) e i soldi di famiglia.

Musk – ma da Gibney, dopo il documentario sulla bancarotta della Enron, non ci si può aspettare niente di meno – è la perfetta cartina di tornasole per capire quest’epoca di follia, per capire come il mito fondativo di Musk e dei suoi seguaci (perché è una specie di setta) si scontri con la realtà storica mostrata, punto dopo punto, da Gibney, che intervista l’ex moglie Justine, l’ex compagna Ashley (che ha rifiutato un accordo multimilionario pur di partecipare al documentario), il padre Errol Musk, ex collaboratori ed ex cofondatori, tra testimonianze varie, materiale d’archivio e un Muskbot (Musk riprodotto tramite IA, che rimette in scena diverse sue vecchie dichiarazioni). Con tutto questo materiale, e dopo il rifiuto di Musk stesso a partecipare, Alex Gibney compone un quadro spietato ma reale di un uomo altrettanto spietato e, forse, ancora più inquietante: quello di una persona (ormai personaggio) che si spaccia per “uomo dei miracoli” ma non è altro che una versione distopica del Mago di Oz.