Lockdown all’italiana

Forse andrà tutto bene, ma no, non ne usciremo migliori: l'esordiente regista Enrico Vanzina conferma, con le corna al tempo del Covid

12 Ottobre 2020
2/5
Lockdown all’italiana

Roma, due coppie agli antipodi: l’avvocato Giovanni (Ezio Greggio) e la moglie Mariella (Paola Minaccioni), che conducono un’esistenza altoborghese in un lussuoso appartamento del centro storico; il tassista Walter (Ricky Memphis) e la commessa Tamara (Martina Stella) che vivono modestamente in periferia. A congiungerle la relazione extraconiugale tra Giovanni e Walter: scoperti, vengono allontanati da casa dai rispettivi partner, ma è l’8 marzo del 2020 l’Italia decide per il lockdown, sicché entrambe le coppie scoppiate saranno costrette a convivere.

È Lockdown all’italiana, con cui ispirandosi “a Perfetti sconosciuti e Carnage” Enrico Vanzina, sceneggiatore di lungo corso, esordisce alla regia, tradizionalmente affidata allo scomparso fratello Carlo.

Vocata all’italiana, la commedia ha i crismi dell’instant-movie, a metà tra la serrata che fu e, speriamo di no, quella che potrà essere a causa dell’emergenza Covid-19: se il tempismo, lo stare sul pezzo non difetta a Enrico, ulteriori motivi d’entusiasmo, se non d’interesse, si fatica a ravvisarli.
Il canovaccio è trito, ovvero cornuto, la risoluzione prevedibile pure questa, ma a dare più nell’occhio, e altrove, è il moralismo sulla pandemia, con un’incongrua, indebita e posticcia tirata, tra “Io sono un cazzaro perché spaventato “ e “Questa è una guerra civile”, di Greggio. Se Lockdown all’italiana non manca di rispetto ai morti e malati di Covid, non è che allo spettatore stenda il tappeto rosso, ecco.

Riprese svelte, sveltissime e recitazione da buonissima la prima, Vanzina appella i suoi personaggi mostri, sebbene non ne abbiano l’aggetto, si compiace, e non si capisce perché, dell’apoliticità: “Nel film, e poteva anche esserci, non si fa mai della pretestuosa satira politica sulla gestione del virus. Mai una parola sul governo e su chi si è trovato davanti alla responsabilità enorme di gestire questa emergenza”, e si dice indifferente al verdetto, commerciale, critico o altro che sia: “Comunque andrà, non mi pentirò”.

Ecco, non va benissimo, la prima parte è loffia, poi si risale un poco la china, complice qualche battuta a segno: tra le altre, “le mutande di quella periferica”; “Una scivolata? Tu è da un anno che stai sullo scivolo, dopo un po’ te brucia il culo”; “Era Julia Roberts quella zoccola”; “Sarò io a fare l’indifferenziata, me lo scopo dentro il camion de la monnezza”; “Il virus rimane sulle superfici e tu sei un superficiale”; “Non scherza’ coi morti, fa’ un favore” (riferito a problemi erettili); “Tu non è che puoi sta’ sempre in panchina, gioca!” (altri problemi erettili); “Non so’ uscito per formicolio alle gambe, per formicolio ai cojoni, nun te sopporto più!”; l’evergreen “Vattelapianderculo”.

Insomma, forse andrà tutto bene, di certo, non ne siamo usciti migliori: in fondo, rassicura.

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