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Non è l’oscurità a disorientare in Lo scuru: è la mancanza di una “realtà”, di un fuori, affidabile.
Giuseppe W. Lombardo, classe ’94, alla sua prima regia di un lungometraggio sceglie di adattare il nerissimo romanzo di Orazio Labbate e di adottare il punto di vista del suo protagonista, un giovane uomo affetto da schizofrenia, tornato in Sicilia per capire se davvero “il male” che lo ha reso un emarginato sia soltanto patologia, o se affondi in un terreno più antico, fatto di spiriti, superstizioni e “cosi tinti”.
Un viaggio all’origine del dolore che finisce per confondere identità, fede e memoria con “il respiro stesso della terra siciliana”.


Senza concedere allo spettatore nemmeno quella struttura indiziaria che, ad esempio, in Spider di Cronenberg organizzava la mente fratturata di Raph Fiennes come un giallo interiore, Lo scuru costringe a stare dentro il labirinto psichico rifiutandosi di decifrarlo. E lo fa in parallelo sia sul piano narrativo che su quello estetico.
Se il racconto è ovunque aperto, scritto come se fosse sempre in controcampo rispetto a un piano che non scorgiamo mai, e la Sicilia anziché fornire ancoraggi presenta incessantemente risvolti, matrioska di ambiguità, tutto il percepibile – inquadrature, luce, suono – finisce per riprodurre soglie, spazi di collisione e di attraversamento tra ciò che è reale e ciò che è vissuto come reale. In questa voluta confusione tra psicologico e spirituale, il film indaga “quel luogo misterioso dello spirito” dove credo e ragione, scienza e superstizione, non si elidono ma si avvinghiano, si mordono, somigliano a una cosa sola.


Lo scuru (2025)
Un attorcersi l’uno all’altro, come il bianco e il nero di plastica drammaticità che Sara Purgatorio regala al film, in uno spettro dei grigi che evoca quel gotico siciliano che è la cifra estetica e antropologica del progetto. Neri che ingoiano profondità e bianchi abbacinanti, conviventi nell’ombra che avvolge tutto nel dubbio e nella macerazione.
Una Sicilia così l’abbiamo vista forse nelle fotografie di Ferdinando Scianna, tra i tralicci, i pontili e le strade deserte di un paesaggio insulare incongruo e postindustriale.
Una scena futurista e arcaica, impreziosita dalla partitura minerale di Santi Pulvirenti, su cui si stagliano i corpi opachi di Fabrizio Falco, Simona Malato, Vincenzo Pirrotta, Filippo Luna, Daniela Scattolin e un ineffabile Fabrizio Ferracane.


Lo scuru (2025)
In filigrana, Lo scuru – che ha debuttato in anteprima assoluta allo scorso Tertio Millennio Film Fest – dialoga con la letterarietà siciliana “notturna” di Bufalino e con le liturgie di una religiosità clandestina, fatta di croci e di fatture, di devozioni e riti pagani, statue di santi e superstizioni. Anche questo è cortocircuito. Che dice anche di un film respingente. Specie per chi è abituato alla linearità. Siamo di fronte a un mistero chiuso. Un sistema ostinatamente opaco nella sedimentazione di segni. Non tutto è perfettamente centrato e la scelta della non linearità rischia di diventare per inerzia sfiancante ermetismo.


Lo scuru (2025)
Sarebbe un errore rifiutarlo per questo. Perché, a dispetto delle inevitabili spigolosità, Lo scuru ha una virtù rara nel cinema italiano degli esordi: l’ambizione. A 31 anni, Lombardo firma un’opera prima con una postura autoriale che, a dispetto del titolo, è assai chiara. E che nel rivendicare “il gotico siciliano”, ovvero un altro immaginario possibile dalle parti di Scilla e Cariddi, vuole riposizionare il genere nel perimetro del visivo, più che del narrativo.
Comunque vada, chapeau al coraggio.

