L’isola dei cani

Wes Anderson torna alla stop-motion con una saga canina. Per dimostrare quanto l'umanità non sia all'altezza della pietà canina

27 Aprile 2018
4/5
L’isola dei cani

La difficile impresa di realizzare una storia d’animazione con animali, Wes Anderson l’aveva già affrontata nel 2009 con il bel Il Fantastico Mr. Fox. Questa volta i protagonisti sono cani, si chiamano Rex, Boss, King e Duke e accompagnano il giovane Atari alla ricerca del’adorato cagnolino del ragazzino – Spots – tra le lande sperdute e fredde di un’ immensa isola nel Giappone del futuro, dove i cani sono stati messi in quarantena in seguito a un’influenza canina.

Cane, bambino, stop motion: ci ricorda qualcosa? Ma certo, Frankenweenie. Il primo poetico film d’animazione di Tim Burton, una saga sull’amicizia con protagonisti un nerd bambino e il suo piccolo cagnolino non del tutto morto, né del tutto vivo, Sparky.

 

Quel pitbull ricucito insieme come il Dr Frankenstein è forse, ad oggi, il mostro più dolce della storia del cinema. Anderson aggiunge un capitolo, declina a modo suo, la realtà metaforica di questa complicità tra Canide e Homo sapiens. Quello che per Kindmann Wallace era il suo Gromit, per  Charlie Brown il suo Snoopy, per Dorothy del Mago di Oz il terrier Toto, sono i quattro cagnoloni arruffati di Anderson per il piccolo Atari. E Lassie! Da non dimenticare, perché assai presente nel film del cineasta americano. Il collie amico di una Liz Taylor bambina è stato per intere generazioni l’ideale sovrumano di altruismo e  amore disinteressato, la metafora di compassione assoluta.  Un po’ come gli eroi a quattro zampe di Anderson.

L’industria dell’intrattenimento dominata da Disney e Pixar sull’antropomorfizazzione (da Bambi a Nemo) ha costruito un impero. Un film come questo di Anderson, invece, è costruito su una storia che potrebbe benissimo essere fatta con gli esseri umani. Se solo l’umanità fosse all’altezza della pietà canina.

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