L’intrus

Ottimo nella confezione, ma sterile nel contenuto il film di Claire Denis. A lui la palma della delusione

8 Settembre 2004
L’intrus

Non c’è festival che si rispetti che ad un certo punto non squaderni la “bufala”, parola che in termini cinematografici indica un film all’interno del quale il fallimento del risultato finale va di pari passo con l’ambizione che lo ha generato. Difficile definire altrimenti L’intrus di Claire Denis, prolifica regista francese che pur cambiando pelle a ogni prova, non rinuncia mai a distillare crudeltà sottili e meditazioni metafisiche sul male di vivere. Autrice dotata, sottile indagatrice del lato oscuro degli uomini, la Denis ha una carriera segnata dall’alternanza di opere di grande ricchezza formale e contenutistica, contrapposte ad altre decisamente mal riuscite. Colpa di una forte componente intellettualistica che a volte riesce a mettere d’accordo contenuto e forma, ma che finisce per bloccarsi in elucubrazioni inutilmente fredde. L’intrus appartiene alla seconda categoria, formalmente ammaliante ma vuoto. Alla base il rapporto con la paternità di un avventuriero sessantenne che vive ai confini tra Svizzera e Francia. L’uomo ha attraversato molti mari e conosce molte lingue, ricco di una ricchezza proveniente da traffici illeciti. Ha un figlio che abita nella stessa regione e che non lo ama, però ne sogna un altro che crede di aver avuto nella lontana Polinesia da una donna incontrata in gioventù. Quando il cuore comincia a mandare cattivi segnali, il faccendiere si rivolge alla mafia russa perché gliene procuri uno nuovo, “e che sia di un ragazzo, perché non voglio parti di donna”. Alla riuscita dell’intervento, che inspiegabilmente avviene a Pusan, scatta la resa dei conti: il viaggio in Polinesia è inevitabile. Lo aspettano amare sorprese, compresa un’inutile ultima crudeltà ai danni del vero figlio. Tra boschi misteriosi, mari del Sud, hotel e ristoranti coreani, il film sbanda come il protagonista. Se voleva essere una denuncia drammatica del traffico dei trapianti di organi, il tema è talmente al servizio del percorso esistenziale del protagonista da risultare banalizzato. Se invece l’intenzione era quella di dire la parola definitiva sul rapporto padre-figlio, avremmo almeno voluto sapere qualcosa di più sul perché il giovane che ha sicuramente generato è tenuto ai margini della sua vita. Va bene giocare con le ellissi, ma ha tutto c’è un limite. Da segnalare, infine, il cameo di Béatrice Dalle che, nell’ultima inquadratura, libera e felice guida sulla neve una slitta trainata da cani. Quando è troppo è troppo.

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